
La cronaca dell’ennesima precettazione non è altro che la replica di un copione visto troppe volte. Il braccio di ferro tra il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e i sindacati – cioè, in sostanza, la Cgil di Maurizio Landini – sullo sciopero dei voli in pieno periodo olimpico ha avuto la prevedibilità di una fiction in replica estiva. Le sigle proclamano agitazioni nel momento più sensibile possibile, la Commissione di garanzia rileva problemi, il ministero interviene e a quel punto parte la liturgia vittimista: diritti violati, democrazia sotto attacco, Costituzione oltraggiata. Un classico.
La novità, semmai, è che questa volta il meccanismo si è inceppato quel tanto che basta per mostrare ciò che normalmente resta dietro la scenografia: non una battaglia per i lavoratori, ma un’operazione politica costruita a tavolino.
Date scelte con cura
La trattativa con la Commissione guidata da Paola Bellocchi andava avanti da dicembre. Le parti avevano individuato – guarda caso – il 16 febbraio e il 7 marzo come giornate di sciopero per compagnie aeree, handling aeroportuale e Enav. Tradotto: nel pieno delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina e delle Paralimpiadi, con milioni di visitatori attesi e l’Italia sotto i riflettori globali.
Davanti a un evento internazionale di questa portata, l’idea di una tregua temporanea sembrava semplice buon senso: si protesta dopo, si evitano figuracce planetarie prima. La Commissione lo ha scritto nero su bianco invitando a spostare le astensioni tra il 24 febbraio e il 4 marzo, “periodo non interessato dallo svolgimento delle manifestazioni sportive”. In altre parole: scioperate pure, ma senza sabotare l’immagine del Paese nel momento peggiore.
Apriti cielo. Nessuna apertura.
La precettazione
Si arriva così alla mattina di venerdì 13 febbraio: richiesta di rinvio respinta, precettazione firmata, indignazione proclamata. Esattamente ciò che serviva per mettere in scena la narrazione della repressione governativa. Solo che, poche ore dopo aver gridato allo scandalo democratico, i sindacati hanno accettato di spostare lo sciopero al 26 febbraio. Cioè proprio dentro la finestra temporale suggerita dalla Commissione.
La domanda diventa inevitabile: perché non farlo prima? Perché lo scontro era l’obiettivo di Landini, non l’effetto collaterale. Indurre il governo a intervenire, poter denunciare la compressione dei diritti, rafforzare la mobilitazione politica. Poi, con calma, scioperare comunque.
Strategia trasparente, credibilità opaca
Questa “strategia della precettazione” potrà anche funzionare nel circuito mediatico e tra i militanti più fedeli, ma fuori da quella bolla resta un problema di credibilità enorme. Quando la difesa dei lavoratori coincide sempre con il momento più dannoso per cittadini e imprese, e quando le soluzioni ragionevoli diventano accettabili solo dopo aver inscenato il conflitto, la retorica sociale perde mordente.
Il risultato finale è paradossale: chi voleva dimostrare l’autoritarismo del governo come Landini ha finito per dimostrare soltanto la propria prevedibilità. E un Paese intero, ancora una volta, ha assistito a una recita già vista.
Enrico Foscarini, 17 febbraio 2026
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