
Sono stati pubblicati i dati ufficiali sul monte ingaggi della Serie C 2025-2026: circa 200 milioni di euro complessivi in contratti federali, escluse le seconde squadre. Una cifra che, letta insieme alle medie spettatori di molti club, racconta meglio di qualsiasi analisi la distorsione strutturale del sistema.
In testa alla classifica dei costi c’è il Catania con 14,2 milioni di euro, seguito dal Benevento con 10,8 milioni e dalla Salernitana con 10,6 milioni. In coda l’Ospitaletto Franciacorta con 664mila euro.
Il dato non è tanto la differenza tra prima e ultima, fisiologica in ogni campionato, ma la sproporzione tra costi e ricavi potenziali in una categoria dove diverse squadre giocano davanti a poche centinaia di persone.
Il paradosso: milioni di euro per partite viste da poche centinaia di tifosi
Basta incrociare i monte ingaggi con le presenze allo stadio per comprendere l’assurdità del modello attuale. Ci sono club con bilanci milionari che non riescono a generare un seguito proporzionato, mentre piazze storiche e popolari dimostrano numeri da categorie superiori.
Il Vicenza supera i 13mila spettatori medi, l’Union Brescia viaggia oltre gli 8mila, la Salernitana sfonda quota 11 mila, il Catania supera addirittura i 17mila. Numeri che dimostrano che il calcio, quando radicato in grandi città, ha ancora un senso economico.
Altrove, invece, si sopravvive in un equilibrio precario, con spalti semivuoti e conti che reggono solo finché il proprietario di turno decide di coprire le perdite. È un sistema che non sta in piedi e che produce instabilità cronica.
Un sistema professionistico che non è più sostenibile
La Serie C, così com’è strutturata, è una categoria formalmente professionistica ma economicamente fragile. Per competere ai vertici servono tra gli 8 e i 14 milioni di euro, come dimostrano i casi di Ternana, Arezzo e Vicenza. Eppure il ritorno economico è limitato, i diritti televisivi sono modesti e la platea spesso insufficiente.
Il risultato è una continua selezione darwiniana al contrario: non restano i più solidi, ma i più disposti a rischiare in perdita. E quando qualcuno salta come Taranto, Turris e Rimini, il sistema fa finta di stupirsi.
È legittimo applaudire le proprietà che onorano gli impegni e tengono in ordine i conti. Ma non si può ignorare che l’impianto complessivo sia viziato alla radice.
La riforma inevitabile: 40 squadre e modello franchigie
L’unica via d’uscita è una riforma radicale: cancellare l’attuale Serie C, ridurre il professionismo a non più di 40 squadre complessive tra prima e seconda divisione e introdurre un sistema ispirato alle franchigie Usa, dove l’accesso sia legato a solidità finanziaria, bacino d’utenza e infrastrutture.
Il professionismo deve essere un punto di arrivo, non un diritto acquisito per inerzia geografica o per equilibri politici. Le grandi piazze devono tornare centrali. Città come Bari meritano la massima serie per storia e seguito, mentre realtà senza pubblico stabile non possono continuare a occupare spazi nel calcio che conta.
In Serie A devono giocare club che rappresentano grandi aree metropolitane e che garantiscono numeri, sponsor, audience. Non è una questione romantica, ma industriale. Se una squadra non ha mercato, non può pretendere di stare nel salotto buono solo per meccanismi regolamentari.
Il nodo politico e la responsabilità della governance
Il problema, però, è che il calcio italiano è ancora prigioniero di logiche territoriali e di consenso locale. Finché il sistema resterà ostaggio di equilibri politici e micro-interessi, ogni riforma sarà rinviata.
La guida federale di Gabriele Gravina è percepita da molti come espressione di questa continuità. In questo contesto si inseriscono critiche che parlano di una gestione incapace di rompere con il passato e di costruire un modello sostenibile nel lungo periodo.
Il punto non è personale, ma strutturale: senza una riduzione drastica delle squadre professionistiche e senza criteri economici stringenti, il calcio italiano continuerà a consumare risorse che non produce.
Tagliare per salvare
Duecento milioni di euro in Serie C, con partite viste da poche centinaia di persone, non sono un segno di vitalità ma di squilibrio. Il professionismo deve tornare a coincidere con mercato, pubblico e sostenibilità.
Tagliare oggi significa salvare domani. Continuare così significa prolungare l’agonia di un sistema che non regge più.
Enrico Foscarini, 1 marzo 2026
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