
Da oggi entra in vigore una nuova stretta sullo smart working, con sanzioni fino a quattro mesi di arresto e multe fino a oltre 7.400 euro per i datori di lavoro che non trasmettono l’informativa sulla sicurezza ai dipendenti in lavoro agile. Formalmente si tratta del rafforzamento di un obbligo già previsto dalla normativa, ma nella sostanza emerge un altro dato: anche il lavoro da remoto viene progressivamente inglobato in una rete di adempimenti che ne riduce la flessibilità e ne aumenta i costi operativi.
Il principio è noto: la sicurezza va garantita sempre e comunque. Tuttavia, quando si parla di lavoro agile, il tema diventa più delicato perché si tratta di una modalità che nasce da un accordo volontario tra datore di lavoro e lavoratore, fondato sulla fiducia e sulla responsabilizzazione reciproca. Ed è proprio questo equilibrio che rischia di essere appesantito da una regolazione sempre più dettagliata.
L’introduzione delle sanzioni
La novità arriva con la legge annuale sulle piccole e medie imprese (legge 34/2026), che interviene su quanto già previsto dall’articolo 22 della legge 81 del 2017. L’obbligo di fornire un’informativa scritta sui rischi dello smart working esisteva già, ma ora diventa perentorio e soprattutto sanzionato, con pene che vanno dall’arresto da due a quattro mesi o da ammende comprese tra 1.708,61 e 7.403,96 euro.
La Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro ha chiarito che non si tratta di una norma completamente nuova, ma del rafforzamento di un adempimento già presente nel sistema. Il punto centrale, dunque, non è l’introduzione dello smart working regolato, ma la trasformazione di un obbligo spesso formale in un passaggio obbligatorio e punito penalmente, con un evidente aumento della pressione normativa sulle imprese.
Sicurezza domestica e responsabilità individuale
Il cuore della norma è chiaro: il lavoratore in smart working mantiene gli stessi diritti e gli stessi obblighi del lavoro subordinato tradizionale, anche quando lavora da casa o da un altro luogo scelto autonomamente. Questo principio nasce da una logica comprensibile, soprattutto alla luce delle numerose sentenze che negli ultimi anni hanno riconosciuto infortuni sul lavoro anche in ambito domestico, imponendo di fatto alle aziende una responsabilità che si estende oltre i locali aziendali.
È qui che emerge la contraddizione. Da un lato si riconosce che la casa non è un ufficio e sfugge al controllo diretto del datore di lavoro, dall’altro si continua ad attribuire all’impresa una responsabilità ampia sulla sicurezza della postazione domestica. Il risultato è un sistema in cui chi lavora da casa dovrebbe essere responsabile del proprio ambiente, ma in cui l’azienda resta comunque esposta a sanzioni e obblighi stringenti.
L’informativa diventa lo strumento centrale
La nuova disciplina individua nell’informativa scritta lo strumento principale per garantire la sicurezza nel lavoro agile. In assenza di un controllo diretto sui luoghi di lavoro, il legislatore punta sul trasferimento di conoscenze e responsabilità attraverso documenti formali che devono essere trasmessi almeno una volta l’anno ai lavoratori e ai rappresentanti per la sicurezza.
In teoria si tratta di un passaggio logico: se l’azienda non può controllare fisicamente la postazione, deve almeno informare e formare. In pratica, però, questo meccanismo si traduce in nuovi adempimenti burocratici, che si sommano a quelli già esistenti nel Testo unico sulla sicurezza, aumentando tempi, costi e complessità soprattutto per le piccole e medie imprese.
Il lavoro agile, nato per semplificare l’organizzazione del lavoro, rischia così di essere ricondotto a una struttura normativa sempre più rigida, dove ogni margine di autonomia deve essere certificato, documentato e formalizzato.
Cosa devono fare le imprese
L’informativa dovrà indicare rischi generali e rischi specifici legati allo smart working, con particolare attenzione all’uso dei videoterminali, ai problemi posturali, allo stress lavoro-correlato e al cosiddetto fenomeno “always-on”, cioè la connessione continua che può generare affaticamento mentale.
Il datore di lavoro dovrà inoltre valutare i rischi, garantire la sicurezza degli strumenti tecnologici e verificare la conformità delle attrezzature utilizzate, anche quando sono di proprietà del lavoratore. A questo si aggiungono formazione, eventuale sorveglianza sanitaria e il coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.
Non si tratta di elementi nuovi in senso assoluto, ma della loro estensione completa al lavoro da remoto, che diventa così sempre meno “agile” e sempre più assimilato al lavoro tradizionale dal punto di vista normativo.
Il nodo delle Pmi e della burocrazia
L’impatto più rilevante sarà sulle piccole e medie imprese, che dovranno adeguarsi predisponendo documentazione aggiornata, modelli di informativa e procedure di trasmissione periodica. In molti casi sarà necessario ricorrere a consulenti esterni, con un aumento dei costi e del tempo dedicato agli adempimenti amministrativi.
Il rischio è evidente: trasformare uno strumento di flessibilità in un ulteriore capitolo della burocrazia del lavoro, dove la priorità diventa evitare sanzioni piuttosto che favorire la produttività e l’organizzazione autonoma dell’attività lavorativa.
Il lavoro agile resta un accordo tra parti
Il punto centrale resta uno: il lavoro agile nasce come accordo libero tra datore di lavoro e lavoratore, non come modello imposto o rigidamente regolato. La sicurezza è un valore fondamentale, ma deve convivere con la responsabilità individuale e con la libertà organizzativa delle imprese e dei lavoratori.
Se ogni attività svolta fuori dall’ufficio viene riportata dentro una logica di controllo e adempimenti formali, il rischio è di perdere proprio ciò che ha reso lo smart working uno strumento efficace: fiducia, autonomia e responsabilizzazione reciproca.
La norma non vieta il lavoro da remoto e non ne blocca la diffusione, ma conferma una tendenza ormai evidente: ogni innovazione nel mercato del lavoro viene progressivamente regolata, formalizzata e irrigidita, con l’obiettivo di garantire tutele ma con l’effetto collaterale di ridurre la libertà organizzativa.
Ed è qui che si gioca la vera partita del lavoro agile nei prossimi anni: trovare un equilibrio tra sicurezza e libertà, tra tutela e responsabilità, senza trasformare la casa in un’estensione burocratica dell’ufficio.
Enrico Foscarini, 7 aprile 2026
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