IL CASO

Mercosur, lo stop miope che danneggia l’Italia

Il rinvio dell'intesa penalizza la nostra industria. Orsini avverte: chiudersi danneggia export, imprese e competitività europea

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Orsini Mercosur

In un passaggio storico segnato da tensioni geopolitiche, frammentazione delle catene globali del valore e ritorno del protezionismo, l’Europa sceglie sorprendentemente di fermarsi. Il rinvio dell’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur rappresenta un errore strategico che rischia di colpire al cuore l’economia italiana. A dirlo senza giri di parole è il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che definisce il voto di Strasburgo “molto miope”, ci si chiude proprio mentre il mondo va nella direzione opposta.

Secondo Orsini, oggi “l’Europa deve dimostrare la sua compattezza” e mettere “l’interesse generale dei Paesi davanti agli interessi propri”. Il Mercosur non è solo un accordo commerciale, ma una leva geopolitica e industriale fondamentale: un mercato di circa 700 milioni di persone che può offrire all’Italia un’alternativa strategica agli Stati Uniti e ridurre le dipendenze in un contesto globale sempre più instabile.

Il Mercosur come leva per l’export e la diversificazione

Per l’Italia l’accordo vale 14,5 miliardi di euro di export potenziale, in un’area in cui il nostro Paese registra già un saldo commerciale positivo e una presenza industriale consolidata. Bloccare il Mercosur significa rinunciare a crescita, occupazione e competitività, proprio mentre la manifattura italiana fatica per il rallentamento tedesco e per l’incertezza internazionale.

Orsini sottolinea un punto spesso ignorato nel dibattito pubblico: la complementarità tra le economie europee e sudamericane. Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay esportano materie prime ed energia; l’Italia esporta macchinari, beni industriali, chimica, farmaceutica e prodotti agroalimentari trasformati. È uno scambio che rafforza le filiere, non le indebolisce. “Perdere la capacità di esportare è una cosa da pazzi”, avverte il presidente di Confindustria, ricordando che la diversificazione dei mercati è la prima difesa contro i nuovi protezionismi.

Germania e Italia: interessi convergenti, non contrapposti

Nel dibattito italiano, il Mercosur è diventato paradossalmente il terreno di uno scontro ideologico, alimentato da una narrazione che contrappone l’interesse nazionale a quello tedesco. Una lettura che non regge ai dati. Germania e Italia sono le due grandi manifatture d’Europa, profondamente integrate nelle stesse catene del valore. Berlino è il primo partner commerciale dell’Italia e il principale mercato di sbocco del nostro export.

Nei settori chiave del Mercosur – macchinari, automotive, chimica, metalli – l’aumento delle esportazioni tedesche trascina direttamente anche quelle italiane. Un esempio emblematico è l’automotive: una quota rilevante delle auto tedesche esportate in Sud America incorpora componentistica prodotta in Italia. Bloccare l’accordo significa quindi colpire indirettamente l’industria italiana, già in difficoltà.

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Il no degli agricoltori è un paradosso

Ancora più sorprendente è l’opposizione frontale della Coldiretti, che ha trasformato il Mercosur in una battaglia identitaria e persino antitedesca. Eppure, proprio l’agroalimentare è il settore che potrebbe beneficiare di più dall’accordo. L’Italia è il primo esportatore europeo di prodotti agroalimentari nel Mercosur e oggi subisce dazi altissimi: fino al 28% sui formaggi, 35% sugli spiriti, 27% sul vino.

Il paradosso è evidente: mentre gli agricoltori europei sono tra i più sovvenzionati al mondo e godono di un sistema fiscale agevolato, si chiede di bloccare un accordo che aprirebbe nuovi mercati ai prodotti a più alto valore aggiunto del Made in Italy. Così facendo, si finisce per danneggiare non la Germania, ma proprio l’agroalimentare italiano.

Reciprocità sì, autolesionismo no

Il tema della reciprocità è legittimo e nessuno lo nega. Lo stesso Orsini riconosce che “i produttori che entrano ed escono devono avere la stessa qualità”. Ma usare la reciprocità come pretesto per chiudere i mercati significa trasformarla in una barriera ideologica. Il Mercosur è il risultato di oltre vent’anni di negoziati e include già clausole di salvaguardia, standard sanitari europei, tutela delle indicazioni geografiche e meccanismi di protezione per i settori sensibili.

Bloccarlo oggi non è prudenza: è autolesionismo economico. Significa rinunciare a crescita, investimenti e peso geopolitico, lasciando spazio ad altri attori globali, dalla Cina agli Stati Uniti. In un’Europa che parla di competitività e poi vota contro il libero scambio, la vera incoerenza è politica.

Un’Europa aperta o un’Europa marginale

Il messaggio che arriva dal mondo industriale è chiaro: senza apertura commerciale non c’è futuro per un Paese esportatore come l’Italia. Il Mercosur non è un favore a qualcuno, ma una scelta nell’interesse nazionale ed europeo. Come ha ricordato Orsini, dopo il Mercosur “ci si aspetta l’India e nuovi mercati come l’Arabia Saudita”. Chiudere oggi significa precludersi le opportunità di domani.

In un mondo che cambia, l’Europa deve scegliere. Fermare il Mercosur è la strada più veloce per diventare marginali.

Enrico Foscarini, 24 gennaio 2026

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