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Tassa sui pacchi: il balzello slitta ma incombe il dazio Ue

Rinviata al 30 giugno l'imposta italiana sui colli extra-UE sotto i 150 euro. Dal 1° luglio arriva il balzello europeo da 3 euro: rischio doppia tassazione

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tassa pacchi giorgetti

La tassa italiana sui piccoli pacchi provenienti da Paesi extra-Ue non entrerà in vigore a metà marzo come previsto inizialmente. Il ministero dell’Economia ha infatti annunciato il rinvio dell’applicazione del contributo amministrativo sulle spedizioni di valore inferiore ai 150 euro, che slitta fino al 30 giugno 2026.

L’annuncio è arrivato attraverso la formula del “comunicato legge”, uno strumento già utilizzato in passato per anticipare il contenuto di provvedimenti fiscali ancora in via di definizione. Senza questo intervento, il balzello da due euro sarebbe scattato da domani. Il governo ha invece deciso di prendere tempo, anche perché dal 1° luglio entrerà in vigore il nuovo dazio europeo da tre euro sulle stesse tipologie di spedizione. In altre parole, si tratta di un rinvio che serve soprattutto a evitare una partenza frettolosa di una misura che rischierebbe di essere superata nel giro di poche settimane.

Un rinvio per guadagnare tempo

Secondo il ministero, il differimento dell’entrata in vigore della tassa è legato anche alla necessità di adeguare i sistemi informativi dell’Agenzia delle Dogane. Nella comunicazione ufficiale si spiega infatti che “il rinvio risponde alla necessità di consentire l’adeguamento del sistema informativo dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli”. Già durante l’esame della manovra finanziaria, peraltro, il gettito previsto per il 2026 era stato ridotto della metà, proprio per tener conto dei tempi tecnici necessari alla messa a regime del sistema. Un dettaglio che oggi appare come la conferma implicita della fragilità della misura.

Il nuovo decreto fiscale, atteso nelle prossime settimane, dovrebbe quindi formalizzare lo slittamento della tassa sui pacchi e ridefinire alcuni altri aspetti della normativa introdotta con la legge di bilancio. L’obiettivo dichiarato è chiudere rapidamente l’iter: come ha spiegato il viceministro all’Economia Maurizio Leo, “confidiamo che già nel prossimo Consiglio dei ministri si possa completare l’iter”.

Il rischio della doppia tassazione

Il rinvio della tassa italiana non elimina però il problema principale: la sovrapposizione con il nuovo dazio europeo sulle spedizioni di basso valore. Dal 1° luglio 2026, infatti, l’Unione Europea introdurrà un prelievo doganale standard di tre euro su tutte le importazioni sotto i 150 euro provenienti da Paesi extra-UE e destinate direttamente ai consumatori. La misura nasce come risposta alla crescita vertiginosa dell’e-commerce internazionale, soprattutto lungo la direttrice tra Cina ed Europa. I numeri danno la dimensione del fenomeno. Ogni giorno entrano nell’Unione Europea circa 12 milioni di pacchi di valore inferiore ai 150 euro, per un totale che supera 4,6 miliardi di spedizioni all’anno. Il 91% di questi invii proviene dalla Cina, spesso tramite marketplace globali come Temu, Shein o AliExpress.

Il nuovo dazio europeo punta ufficialmente a rendere più equo il sistema fiscale e a contrastare le frodi, ma rischia di modificare in modo significativo la struttura dei costi dell’e-commerce internazionale. Il prelievo verrà applicato per categoria di prodotto all’interno della spedizione e potrebbe mettere in discussione i modelli commerciali basati su volumi altissimi e margini ridotti. Il problema, dal punto di vista italiano, è evidente: se il contributo nazionale da due euro rimanesse in vigore accanto al dazio europeo, si arriverebbe a cinque euro complessivi per ogni spedizione.

Il flop della tassa italiana

A pesare sulla decisione del governo c’è anche un altro elemento: i risultati finora sono stati deludenti. Secondo il Codacons, la tassa italiana sui pacchi “si è rivelata un flop e non ha prodotto le entrate previste dal governo”. L’associazione dei consumatori sostiene che molti operatori abbiano semplicemente aggirato il sistema. In pratica, le spedizioni destinate all’Italia venivano inviate prima verso altri Paesi europei dove non esisteva questa tassazione e successivamente trasportate su gomma verso il territorio italiano.

Il risultato è che i 122 milioni di euro di incassi stimati per il 2026 non si sono materializzati, mentre il sistema logistico si è semplicemente adattato spostando i flussi verso altri hub europei. Proprio per questo il Codacons chiede ora chiarimenti sul futuro della misura. L’associazione avverte che “il governo deve fare chiarezza e spiegare se la tassa italiana da 2 euro si sommerà a quella europea da 3 euro o se il balzello verrà uniformato”, perché in caso contrario si rischierebbe una nuova stangata sui consumatori.

Le altre modifiche fiscali in arrivo

Il decreto fiscale atteso a breve non riguarderà soltanto la tassa sui pacchi. Il ministero dell’Economia ha annunciato anche alcune correzioni alla normativa su iperammortamento e Iva. In particolare verrà eliminata la limitazione che restringeva il nuovo iperammortamento sugli investimenti in beni strumentali ai soli prodotti realizzati nell’Unione Europea o nello Spazio economico europeo. Il governo ha spiegato che “verrà disposta la soppressione della disposizione che limita il beneficio ai soli acquisti di beni prodotti in Europa”. La modifica consentirà quindi alle imprese di acquistare macchinari anche da produttori extra-UE senza perdere il beneficio fiscale, una richiesta avanzata da tempo dal mondo industriale.

Un’altra correzione riguarderà il calcolo dell’Iva nelle operazioni di permuta. Il nuovo criterio, basato sull’ammontare complessivo dei costi, si applicherà soltanto ai contratti stipulati o rinnovati dal 1° gennaio 2026, mentre per quelli precedenti continuerà a valere il criterio del valore normale. L’obiettivo dichiarato è garantire certezza del diritto e preservare gli accordi già esistenti.

Il nodo vero resta il gettito

Il rinvio della tassa sui pacchi risolve un problema immediato ma ne lascia intatto un altro: quello delle entrate previste dalla manovra. Il contributo da due euro era stato pensato anche come nuova fonte di gettito, ma con l’arrivo del dazio europeo il quadro cambia completamente. Gran parte delle entrate doganali europee, infatti, finisce direttamente nel bilancio dell’Unione, lasciando agli Stati membri solo una quota minoritaria. Il rischio è quindi quello di aver costruito una misura fiscale su entrate che potrebbero non materializzarsi mai, oppure risultare molto più basse del previsto.

Ancora una volta il dibattito pubblico sembra muoversi lungo un copione noto: quando servono risorse, la prima risposta è creare nuove imposte. Il rinvio della tassa sui pacchi evita per qualche mese il problema, ma non cambia la questione di fondo. Prima o poi bisognerà decidere se continuare a inseguire nuove entrate oppure affrontare il nodo più difficile: ridurre la spesa pubblica invece di inventare nuovi balzelli.

Enrico Foscarini, 14 marzo 2026

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