
La cosiddetta “tassa sulla salute” a carico dei frontalieri è ufficialmente entrata in vigore. La norma è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale e rende operativo il contributo richiesto ai cosiddetti vecchi frontalieri, ovvero i lavoratori italiani impiegati in Svizzera prima dell’entrata in vigore del nuovo accordo fiscale tra Roma e Berna. Secondo le stime, il provvedimento potrebbe garantire alla Regione Lombardia un gettito annuo compreso tra 100 e 150 milioni di euro, ma restano ancora aperte molte incognite su platea e modalità di riscossione. I sindacati, intanto, annunciano ricorsi legali a tutti i livelli.
Il nuovo quadro fiscale tra Italia e Svizzera
La misura si inserisce nel contesto del nuovo accordo italo-svizzero sulla fiscalità dei frontalieri, in vigore da gennaio 2024. L’intesa distingue tra nuovi e vecchi frontalieri. I primi sono ora soggetti a tassazione concorrente anche in Italia e, attraverso il prelievo fiscale, contribuiscono indirettamente al finanziamento del Servizio sanitario nazionale.
Diversa la posizione dei lavoratori che rientrano nel regime precedente. Per i vecchi frontalieri, la legge introduce un contributo obbligatorio parametrato al reddito netto, con un’aliquota compresa tra il 3% e il 6%. L’importo mensile non potrà essere inferiore a 30 euro né superiore a 200 euro. Spetterà alle Regioni di confine – Lombardia, Piemonte e Valle d’Aosta – definire nel dettaglio le aliquote applicabili, rimanendo all’interno di questa forbice.
La scelta del Governo Meloni è stata quella di intervenire direttamente per via legislativa, introducendo formalmente il contributo che, nel dibattito pubblico, è ormai noto come tassa sulla salute.
La Cgil: “Rischio di doppia imposizione”
La reazione dei sindacati è stata immediata. Giuseppe Augurusa, segretario nazionale della Cgil frontalieri, parla apertamente di un rischio di doppia imposizione. Secondo Augurusa, “se passasse questo concetto è evidente che saremmo di fronte alla doppia imposizione, perché questa tassa colpisce i lavoratori frontalieri sullo stesso salario che viene già tassato alla fonte”. Il sindacalista sottolinea inoltre che i trattati internazionali non possono essere modificati unilateralmente, ricordando che “i trattati o si applicano o si abrogano, non possono essere cambiati in corso d’opera”, configurando così, a suo avviso, una violazione dell’accordo tra Italia e Svizzera.
L’Ocst: “I vecchi frontalieri contribuiscono già”
Anche dal fronte svizzero arrivano prese di posizione critiche. Andrea Puglia, responsabile frontalieri dell’Ocst, contesta l’idea che i vecchi frontalieri non contribuiscano alla fiscalità italiana. A suo giudizio, “i vecchi frontalieri in realtà contribuiscono già alla fiscalità generale dello Stato, sia attraverso i ristorni sia tramite il pagamento dell’IVA”. Per il sindacalista ticinese, sostenere il contrario è sempre stato fuorviante e non rispecchia la realtà dei flussi fiscali esistenti.
Lombardia in prima linea, ma restano nodi operativi
Il beneficio economico più consistente deriverebbe dalla Lombardia, che concentra la maggior parte dei lavoratori frontalieri e che stima un gettito tra i 100 e i 150 milioni di euro all’anno. Tuttavia, platea e modalità operative restano da definire. I lavoratori italiani impiegati in Svizzera prima di luglio 2023 potrebbero essere chiamati a un sistema di autocertificazione, probabilmente tramite un portale dedicato, poiché l’Agenzia delle Entrate non dispone dei dati reddituali necessari. Informazioni che, al momento, i cantoni svizzeri non hanno trasmesso.
Le risorse raccolte dovrebbero essere destinate, nelle intenzioni del legislatore, all’aumento delle retribuzioni del personale sanitario italiano, con l’obiettivo di arginare l’esodo di medici e infermieri verso la Svizzera. Puglia, però, mette in dubbio l’efficacia di questa strategia, osservando che la differenza salariale resterebbe comunque molto marcata. A suo avviso, la norma potrebbe persino generare un effetto opposto, favorendo una sorta di frontalierato interno alla Lombardia, con lo spostamento del personale sanitario verso le province di confine e un conseguente impoverimento degli ospedali delle aree più interne.
Etica, strumento e accordi internazionali
Sul piano etico e sociale, la questione resta complessa. La forte disparità retributiva tra Svizzera e Italia pone il tema di un possibile contributo di solidarietà dei frontalieri a favore dei servizi pubblici del Paese d’origine. Puglia riconosce che “da un profilo etico sociale la norma può anche avere un senso”, ma ribadisce che lo strumento scelto è sbagliato perché contrario a un accordo internazionale in vigore.
Incognite politiche e ricorsi annunciati
Ora l’attenzione si sposta sulle Regioni, chiamate a stabilire tempi e procedure per l’applicazione concreta del contributo. Solo dopo l’avvio formale della riscossione, precisano i sindacati, potranno essere attivati i ricorsi legali già annunciati “a tutti i livelli”.
Sul piano diplomatico, il dossier resta prevalentemente interno al quadro normativo italiano, con margini limitati di intervento diretto da parte delle organizzazioni svizzere. Non manca però il timore che Berna possa scegliere di non esporsi. Come avverte Puglia, “il timore più grande è che il governo svizzero possa lasciar perdere, magari barattando questo tema con altri interessi, come l’accesso delle banche svizzere al mercato finanziario italiano”.
Enrico Foscarini, 24 dicembre 2025
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