L'ANALISI

Orbáneconomics, conosciamolo meglio

Il presidente ungherese corre per il quinto mandato. Crescita economica, politiche familiari e controllo dell’immigrazione caratterizzano i suoi programmi. Ma ci sono anche delle ombre

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Mentre si prepara a correre per un quinto mandato consecutivo, che lo porterebbe a guidare il sesto governo dal 2010, Viktor Orbán si presenta agli elettori con un bilancio che, al di là delle controversie politiche, poggia su numeri difficili da ignorare. Dal suo ritorno al potere, l’Ungheria ha conosciuto una trasformazione economica profonda, accompagnata da una ridefinizione delle priorità sociali e demografiche.

Crescita e convergenza: l’Ungheria oltre la media Ue

Nel 2010, all’indomani della crisi finanziaria, il Pil pro capite ungherese in parità di potere d’acquisto era pari a circa il 66% della media dell’Unione Europea. Nel 2023 ha superato il 76%, segnando una convergenza reale con i Paesi dell’Europa occidentale. Tra il 2014 e il 2019 la crescita annua del Pil è stata spesso superiore al 4%, con un picco del 4,9% nel 2019, ben al di sopra della media europea.

Dopo la contrazione del 5,1% nel 2020, l’economia ungherese ha registrato un rimbalzo del 7,1% nel 2021, uno dei più forti dell’Ue. Il rallentamento successivo, legato all’inflazione e alla crisi energetica, non ha cancellato un dato strutturale: dal 2010 a oggi il Pil nominale è passato da circa 130 miliardi di dollari a oltre 210 miliardi.

Lavoro e redditi: meno disoccupazione, salari in crescita

Uno dei pilastri della narrazione orbániana è la costruzione di una “società basata sul lavoro”. I numeri danno sostanza a questo messaggio. Il tasso di disoccupazione è sceso dall’11,8% del 2010 a valori prossimi al 3,5–4% negli ultimi anni, livelli considerati di piena occupazione.

I salari reali, pur colpiti dall’inflazione record del 17,1% nel 2023, mostrano una crescita di lungo periodo significativa. Tra il 2010 e il 2024 l’indice dei salari reali è aumentato di circa l’80%, mentre i salari nominali sono più che triplicati. Una dinamica sostenuta anche dalla flat tax al 15%, introdotta nel 2011, che ha favorito soprattutto il ceto medio attivo.

Famiglia e natalità: una strategia da oltre il 5% del Pil

Il tratto più distintivo del modello Orbán resta la politica familiare, finanziata con una spesa che supera il 5% del Pil, una delle più alte in Europa. L’obiettivo dichiarato è contrastare il declino demografico senza ricorrere all’immigrazione. Dal 2011 al 2021 il tasso di fertilità è salito da 1,23 a 1,61, per poi stabilizzarsi intorno a 1,5 nel 2023, comunque ben sopra i livelli di partenza.

I sostegni sono mirati: prestiti senza interessi fino a 10 milioni di fiorini (circa 25.900 euro) per le giovani coppie, contributi per la casa che arrivano a 20 milioni di fiorini (circa 51.800 euro) tra sussidi e mutui agevolati, esenzione totale dall’imposta sul reddito per le madri con tre o più figli. Una strategia che privilegia le famiglie lavoratrici e che spiega una parte consistente del consenso elettorale di Fidesz.

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Immigrazione: una scelta politica che incontra l’elettorato

La linea dura sull’immigrazione non è solo identitaria, ma anche coerente con il modello economico e demografico. Orbán ha più volte ribadito che “l’Ungheria non diventerà un Paese di immigrazione” e i dati mostrano una popolazione straniera stabilmente inferiore al 3%, una delle percentuali più basse dell’Ue. Una scelta che continua a essere premiata da un elettorato sensibile ai temi della sicurezza e della coesione sociale.

Investimenti esteri e apertura a Est

Sul fronte industriale, l’Ungheria ha attratto investimenti esteri massicci, soprattutto nel settore automobilistico e delle batterie elettriche. Nel solo comparto delle batterie, gli investimenti annunciati superano i 15 miliardi di euro, con migliaia di posti di lavoro previsti. Nel 2023 circa l’80% degli investimenti diretti esteri è arrivato dall’Asia, in particolare da Cina e Corea del Sud.

È qui che si colloca uno degli aspetti più controversi della strategia orbániana: l’apertura a Russia e Cina. Una Realpolitik economica che ha garantito energia a prezzi relativamente più bassi e capitali industriali, ma che ha acuito le tensioni con Bruxelles. Allo stesso tempo, questa postura non sembra aver compromesso i rapporti con l’area conservatrice americana, considerando che Donald Trump non ha mai nascosto una certa sintonia politica con il premier ungherese.

Un bilancio che spiega la forza elettorale

Il modello Orbán presenta indubbi chiaroscuri, ma i numeri aiutano a capire perché, dopo quindici anni, resti competitivo. Crescita superiore alla media UE, disoccupazione ai minimi storici, sostegno mirato alle famiglie e una chiara linea sull’immigrazione costituiscono una piattaforma politica solida. In un’Europa attraversata da incertezza economica e crisi demografica, l’Ungheria di Orbán continua a proporre una via autonoma che, piaccia o no, incontra ancora il favore di una larga parte dell’elettorato.

Enrico Foscarini, 15 gennaio 2026

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