Economia

L'ANALISI

Giappone: yen ai minimi ma l’economia resta forte

La svalutazione della moneta non riflette una crisi. Export, tassi e mercati spiegano perché il Nikkei continua a correre

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Il crollo dello yen continua ad attirare l’attenzione dei mercati internazionali, ma leggere il deprezzamento della valuta come il segnale di un’economia giapponese in difficoltà rischia di essere fuorviante. Il cambio USD/JPY si è portato a 161,92 yen per dollaro, il livello più basso dal dicembre 1986, mentre l’euro viene scambiato intorno a 184,87 yen. Si tratta di una debolezza solo in parte giustificata dai fondamentali economici e spiegabile soprattutto con il persistente differenziale dei tassi d’interesse tra Stati Uniti e Giappone.

Nel frattempo, il Nikkei 225 resta vicino ai massimi storici, attestandosi a 69.468 punti dopo un lieve recupero dello 0,15%, un andamento che mostra come gli investitori continuino a guardare con favore all’economia nipponica nonostante la svalutazione della moneta.

Il differenziale dei tassi continua a favorire il dollaro

La principale ragione della debolezza dello yen resta la politica monetaria. La Bank of Japan ha ormai archiviato definitivamente l’era dei tassi negativi, portando il costo del denaro all’1%, il livello più elevato dal 1995. Si tratta di una svolta storica, ma ancora insufficiente a colmare il divario con gli Stati Uniti.

La Federal Reserve, guidata da Kevin Warsh, mantiene infatti i Fed Funds nell’intervallo compreso tra 3,50% e 3,75%, continuando ad attirare capitali verso gli asset denominati in dollari. Per gli investitori internazionali il differenziale di rendimento resta troppo ampio e questo sostiene la domanda di valuta americana, esercitando una pressione costante sul cambio.

A ciò si aggiunge un contesto macroeconomico nel quale l’inflazione giapponese rimane relativamente contenuta. A giugno 2026 il dato nazionale si attesta intorno all’1,5%, mentre l’indice anticipatore dell’area metropolitana di Tokyo oscilla tra l’1,6% e l’1,7%, rimanendo per il quinto mese consecutivo sotto l’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale.

L’export continua a crescere, il Giappone non è in crisi

Osservando i dati del commercio estero emerge un quadro molto diverso da quello suggerito dall’andamento del cambio. L’export complessivo del Giappone nel 2025 ha raggiunto circa 738,3 miliardi di dollari, pari a oltre 110 trilioni di yen, con una crescita del 4,3% rispetto all’anno precedente.

Anche su base mensile il commercio resta solido, con 11.000 miliardi di yen di esportazioni contro 10.300 miliardi di importazioni, mantenendo la bilancia commerciale in territorio positivo.

Ancora più significativo è il rapporto commerciale con gli Stati Uniti. Nel 2025 il Giappone ha esportato verso il mercato americano beni per 20,4 trilioni di yen, equivalenti a circa 131,7 miliardi di dollari, mentre le importazioni dagli Stati Uniti si sono fermate a 84,23 miliardi di dollari. Il risultato è un surplus commerciale bilaterale pari a 7,52 trilioni di yen, confermando come la competitività dell’industria giapponese rimanga elevata.

Le differenze che emergono confrontando queste statistiche con quelle diffuse dalle autorità statunitensi derivano principalmente dalle differenti metodologie di rilevazione. Il Giappone utilizza infatti il criterio FOB per le esportazioni e CIF per le importazioni, mentre gli Stati Uniti adottano criteri diversi. Anche la forte volatilità del cambio tra yen e dollaro contribuisce a generare scostamenti nelle conversioni in valuta.

Il vero punto debole resta la dipendenza energetica

La debolezza dello yen non penalizza soltanto. Per molte grandi aziende esportatrici rappresenta addirittura un vantaggio, poiché i ricavi realizzati all’estero aumentano una volta convertiti nella valuta nazionale.

Il problema riguarda invece il fronte delle importazioni. Il Giappone continua infatti a dipendere quasi completamente dall’estero per il proprio fabbisogno energetico e petrolio, gas naturale liquefatto e carbone rappresentano stabilmente tra il 20% e il 25% del valore complessivo delle importazioni nazionali.

In questo contesto, le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e i rischi per il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz amplificano l’impatto di uno yen debole, poiché le materie prime energetiche vengono acquistate prevalentemente in dollari. L’effetto finale è un aumento dei costi sostenuti dalle imprese e una pressione sui prezzi interni, soprattutto per energia e beni alimentari.

Tokyo resta pronta a intervenire sul mercato valutario

Le autorità giapponesi continuano a monitorare con attenzione l’evoluzione del cambio. La ministra delle Finanze Satsuki Katayama ha incontrato il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent per discutere dell’andamento dello yen e delle possibili iniziative di coordinamento.

Al termine dell’incontro Katayama ha ribadito che esiste la “possibilità di intervenire contro movimenti eccessivi del cambio” qualora la volatilità dovesse compromettere la stabilità macroeconomica del Paese.

Gli interventi diretti sul mercato valutario, tuttavia, tendono ad avere effetti limitati nel tempo. Finché il differenziale dei tassi continuerà a favorire gli Stati Uniti, gli operatori avranno infatti un incentivo economico a mantenere posizioni in dollari, riassorbendo rapidamente eventuali correzioni dello yen.

Mercati azionari forti nonostante il cambio debole

L’aspetto più interessante è probabilmente il comportamento delle Borse. Se la svalutazione dello yen fosse realmente il sintomo di una crisi economica profonda, difficilmente il mercato azionario giapponese continuerebbe a mostrare una simile forza.

Dall’insediamento della nuova amministrazione guidata da Donald Trump, il Nikkei 225 ha registrato un progresso superiore al 136% rispetto ai minimi della primavera 2025, sostenuto dalla crescita degli utili societari, dall’industria tecnologica e dai grandi gruppi esportatori.

Parallelamente, anche Wall Street continua a mantenersi su livelli elevati. Dopo aver chiuso il 2025 con un rialzo del 17,88%, lo S&P 500 registra nel 2026 un ulteriore progresso vicino all’8,06%, confermando come i capitali internazionali continuino a privilegiare le economie più dinamiche.

Uno yen debole, ma l’economia è forte

L’andamento del cambio racconta soltanto una parte della storia. La debolezza dello yen riflette soprattutto il diverso orientamento delle politiche monetarie tra Tokyo e Washington, mentre i fondamentali dell’economia giapponese restano nel complesso solidi. L’export continua a crescere, la bilancia commerciale rimane in avanzo, il mercato azionario viaggia sui massimi storici e l’inflazione resta sotto controllo.

Il vero elemento di vulnerabilità non è dunque la competitività dell’industria giapponese, ma la forte dipendenza energetica da un mercato internazionale nel quale petrolio e gas vengono pagati in dollari. È soprattutto questo fattore, più che una presunta crisi economica, a spiegare perché lo yen continui a muoversi su livelli eccezionalmente bassi.

Enrico Foscarini, 30 giugno 2026

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