IL FATTO

Decreto energia, ecco cosa cambia

Provvedimento in arrivo: 2,53 miliardi per bollette, Pmi e famiglie. Atteso un taglio al costo del gas, tra dubbi Ue e nodo rendite ancora irrisolto

4.3k 0
decreto energia 2

Dopo mesi di annunci e rinvii, il decreto energia prende finalmente forma. Secondo le indiscrezioni circolate nelle ultime ore, il provvedimento – atteso in Consiglio dei ministri la prossima settimana – dovrebbe valere circa 2,53 miliardi di euro, con l’obiettivo di ridurre le bollette di elettricità e gas. Le risorse saranno destinate in parte alla generalità dei consumatori e in parte a Pmi e famiglie a basso reddito.

Le ipotesi più controverse, come lo “spalma incentivi” e la cartolarizzazione degli oneri generali di sistema, sarebbero state accantonate perché avrebbero comportato un aumento del debito pubblico. Una scelta che evita scorciatoie contabili, ma che restringe il perimetro d’azione.

Il nodo del gas e la leva del prezzo marginale

Il cuore del decreto è la riduzione del costo del gas utilizzato per produrre energia elettrica, con l’obiettivo di abbattere il prezzo finale sfruttando il meccanismo del prezzo marginale. Un sistema spesso criticato, ma che proprio in questa fase può amplificare l’effetto di un taglio mirato.

Il primo intervento riguarda la sterilizzazione del differenziale tra TTF, l’indice di riferimento europeo, e PSV, il prezzo sulla Borsa italiana. Questo delta, teoricamente legato ai costi di trasporto dall’hub di Amsterdam all’Italia, dovrebbe aggirarsi intorno ai 3 euro/MWh, ma nelle ultime settimane ha superato i 5-6 euro, arrivando a incidere tra il 10 e il 20 per cento delle quotazioni del gas. Ridurlo significherebbe intervenire su una componente che pesa direttamente sulle bollette.

La seconda misura allo studio prevede lo spostamento sulla bolletta elettrica di alcuni oneri oggi gravanti sul gas acquistato dai produttori termoelettrici. Il finanziamento sarebbe coperto in parte con il gettito della vendita di circa due miliardi di metri cubi di gas nelle disponibilità di Snam e Gse – con una quota destinata alle Pmi – e forse con risorse derivanti dalle quote di CO2.

L’operazione appare ingegnosa, ma non priva di rischi. Non è scontata la compatibilità con le regole europee e non risultano, al momento, interlocuzioni ufficiali con Bruxelles. Inoltre, un abbattimento artificiale del differenziale potrebbe ridurre gli incentivi a importare gas nelle fasi di tensione dei mercati.

Gas release e disaccoppiamento

A rafforzare il quadro interviene il potenziamento della gas release, il meccanismo che consente lo sfruttamento delle riserve nazionali – soprattutto nell’Adriatico – a condizione che i volumi aggiuntivi siano ceduti a prezzi calmierati alle imprese energivore. Fonti governative stimano un potenziale fino a 600 milioni di metri cubi annui. Non una rivoluzione, ma un contributo alla diversificazione.

Il governo punta poi su una misura definita “disaccoppiamento”, che nella sostanza sembra un’estensione della piattaforma per i Ppa, i contratti di lungo termine a prezzo predefinito tra produttori rinnovabili e Pmi, con una garanzia pubblica a facilitare l’incontro tra domanda e offerta. In un contesto di forte crescita delle rinnovabili, specie nel Mezzogiorno, lo strumento può generare benefici per chi vi aderisce, ma non è detto che produca effetti sistemici sui prezzi.

Completano il quadro il rafforzamento del bonus energia per le famiglie a basso reddito e un intervento tecnico sulla cosiddetta saturazione virtuale della rete, per consentire a Terna di gestire più efficacemente le centinaia di migliaia di richieste di connessione di nuovi impianti rinnovabili.

Bonus, oneri e rendite: i nodi irrisolti

Nel complesso, il decreto appare lontano dalle promesse roboanti che lo hanno preceduto. È un punto di caduta pragmatico, probabilmente l’unico politicamente praticabile. Restano però questioni aperte.

La prima riguarda l’efficacia del bonus sociale. Perché rafforzarlo senza una verifica puntuale dei risultati? Alcuni studi dell’Osservatorio italiano sulla povertà energetica indicano che lo strumento rischia di raggiungere soggetti che non ne hanno bisogno, senza intercettare pienamente chi si trova in reale difficoltà.

La seconda riguarda gli oneri di sistema. Invece di interventi temporanei e frammentati, sarebbe più coerente un trasferimento progressivo e strutturale sulla fiscalità generale, destinando a questo scopo l’intero gettito delle aste ETS sulla CO2, oggi impiegato in parte per la riduzione del debito e in parte per spese ambientali poco trasparenti.

Infine, resta il tema delle rendite nel settore energetico. Come ha osservato Gionata Picchio sulla Staffetta Quotidiana, da almeno un trimestre i margini degli operatori hanno raggiunto “livelli medi che non si vedevano da settembre 2022, ovvero dal periodo della crisi energetica, con valori doppi rispetto a un anno fa”, apparentemente non giustificati dall’andamento dei costi di gas e CO2. Intervenire su queste rendite sarebbe politicamente più complesso, ma tecnicamente più lineare ed economicamente più incisivo.

Il decreto ora è atteso al vaglio del Quirinale. Una nuova direzione sembra delinearsi. Per capire se produrrà risultati strutturali, servirà però ben più di un aggiustamento tattico.

Enrico Foscarini, 11 febbraio 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version