IL CASO DI BORSA

Decreto Energia, ecco perché il mercato trema

L'intervento su prezzi ed ETS divide imprese e politica. Mercati in calo, investimenti a rischio e incertezza normativa

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Il nuovo decreto sull’energia, atteso in Consiglio dei ministri mercoledì, sta già producendo effetti concreti sui mercati e nei rapporti tra imprese, istituzioni e territori. Le principali utility italiane – da Enel a A2A, passando per Edison, Iren ed Erg – temono un impatto diretto sui margini derivante dalle modifiche al meccanismo di formazione del prezzo all’ingrosso dell’elettricità.

Il decreto Energia nasce con l’obiettivo dichiarato di ridurre il peso delle bollette su famiglie e imprese, ma introduce interventi che incidono sulla struttura stessa del mercato. Oggi il prezzo dell’energia viene determinato dall’impianto più costoso necessario a soddisfare la domanda, generalmente centrali a gas. Questo sistema consente anche agli impianti con costi più bassi – come rinnovabili e idroelettrico – di essere remunerati allo stesso livello. Una modifica normativa rischia quindi di comprimere i ricavi soprattutto degli operatori con maggiore esposizione alle fonti rinnovabili.

Secondo stime finanziarie circolate tra gli analisti, una riduzione di 10 euro per megawattora del prezzo dell’elettricità potrebbe tradursi in un calo del margine operativo lordo di circa il 2% per Erg, tra l’1% e il 2% per A2A, intorno all’1% per Iren e sotto l’1% per Enel limitatamente alle attività italiane. Non sorprende quindi che i titoli del settore abbiano registrato ribassi significativi già nelle settimane precedenti alla presentazione ufficiale del decreto.

L’accordo lombardo sulle concessioni idroelettriche

Le tensioni si concentrano anche sul piano territoriale. In Lombardia era stato costruito un compromesso tra istituzioni e imprese per affrontare il nodo delle concessioni idroelettriche scadute e dei costi energetici industriali. Il tavolo, coordinato dalla Regione guidata da Attilio Fontana e con la partecipazione dei vertici aziendali, prevedeva la cessione del 15% della produzione idroelettrica a prezzo calmierato alle imprese energivore locali in cambio della proroga delle concessioni.

L’intervento del decreto Energia rischia però di rendere quell’intesa impraticabile. La giunta regionale ha parlato apertamente di «elementi di forte criticità» nel decreto, avvertendo che, se confermate le indiscrezioni, «tale provvedimento potrebbe danneggiare fortemente sia le imprese energivore sia i produttori elettrici e quindi precludere l’applicazione dell’accordo».

Si tratta di una posizione significativa perché evidenzia un’inedita convergenza tra produttori di energia e grandi industrie ad alto consumo energetico, tradizionalmente portatori di interessi divergenti.

Il nodo ETS

Il cuore tecnico della riforma riguarda il sistema europeo di scambio delle emissioni, l’ETS, i cosiddetti “certificati verdi“. Oggi il costo dei permessi di CO2 pagati dalle centrali a gas entra nella formazione del prezzo all’ingrosso, incidendo per circa 30 euro a megawattora. Il governo punta a sterilizzare questo effetto: il prezzo scenderebbe, mentre i costi verrebbero recuperati attraverso altre componenti tariffarie.

Il problema è duplice. Da un lato, i produttori che non pagano ETS – come l’idroelettrico – vedrebbero ridursi il prezzo riconosciuto senza ricevere compensazioni. Dall’altro, le industrie energivore temono una riduzione degli incentivi oggi finanziati proprio con i proventi ETS. Ne deriva un conflitto distributivo che alimenta l’incertezza complessiva.

Il decreto Energia presenta anche implicazioni europee. Il sistema ETS è definito a livello dell’Unione e qualsiasi intervento nazionale richiede autorizzazioni. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non appare intenzionata a rimettere in discussione il meccanismo, al massimo a rivederne alcuni aspetti nell’ambito di riforme generali.

Chi paga davvero

La domanda che circola tra gli operatori è semplice: «Chi paga?». Il decreto, stimato tra 2,5 e 3 miliardi di euro, prevede per il 2026 un contributo straordinario di 90 euro alle famiglie già beneficiarie del bonus sociale e sconti in bolletta per nuclei con ISEE fino a 25mila euro entro determinate soglie di consumo.

Il costo complessivo per la finanza pubblica viene però in gran parte trasferito sul sistema produttivo, in particolare sulla generazione termoelettrica. Alcuni manager del settore parlano di un impatto «devastante», stimando una riduzione media dei ricavi fino al 25% nella produzione da gas.

Nel dibattito politico si inseriscono proposte alternative. Il vicepremier Matteo Salvini ha suggerito di «usare gli enormi profitti delle banche per ridurre il costo delle bollette», mentre esponenti di maggioranza lavorano a possibili modifiche del testo definitivo.

Gli effetti su investimenti e mercato

Il settore elettrico è tra i principali investitori in Italia, con decine di miliardi previsti nei prossimi anni tra rinnovabili, reti e sistemi di accumulo. Interventi diretti sulla formazione del prezzo introducono però un rischio regolatorio che può modificare le aspettative di rendimento degli investimenti.

Quando le regole cambiano frequentemente, aumenta il costo del capitale e alcuni progetti diventano meno sostenibili. Le grandi utility che diversificano possono assorbire meglio l’impatto, mentre gli operatori più piccoli risultano più esposti. Il risultato potenziale è un rallentamento della nuova capacità installata, in contrasto con gli obiettivi di sicurezza energetica e transizione.

Esiste infine un paradosso strutturale. Il sistema ETS nasce per incentivare la riduzione delle emissioni: attenuarne il segnale economico può ridurre l’urgenza di investire in tecnologie a basse emissioni e prolungare la dipendenza dal gas. Nel breve periodo si alleggeriscono alcune bollette, ma nel lungo termine l’incertezza normativa potrebbe contribuire a prezzi più elevati proprio per famiglie e piccole imprese, cioè i soggetti che il decreto Energia intende proteggere.

Enrico Foscarini, 16 febbraio 2026

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