Energia

L'ANALISI

Caro energia: Confindustria, vicini allo sfacelo

La guerra spinge costi e tassi, frenano fiducia e consumi. Imprese italiane sotto pressione tra competitività e incertezza globale

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Lo scenario economico si è rapidamente deteriorato sotto l’effetto della guerra e del nuovo shock causato dal rialzo dei prezzi dell’energia. Il petrolio resta su livelli elevati, mentre il gas, pur meno teso, continua a incidere sui costi. A cascata, salgono anche i tassi sovrani europei, segnalando un aumento del rischio e un irrigidimento delle condizioni finanziarie.

Questa dinamica non è neutrale: il costo del denaro più alto si traduce in credito più caro per le imprese, proprio mentre l’inflazione torna a salire. Il risultato è un doppio freno che colpisce investimenti e capacità produttiva, in un contesto già reso incerto dal quadro geopolitico.

Bollette alle stelle: il conto per le imprese

Il nodo centrale resta quello dell’energia. Secondo le stime del Centro studi di Confindustria, “nell’ipotesi che la guerra in Iran finisca a giugno […] le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025”. Uno scenario che peggiora sensibilmente se il conflitto si prolunga: “se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026 […] le imprese pagherebbero 21 miliardi in più”, su livelli definiti “non sostenibili”.

Non si tratta solo di un aumento temporaneo. Già oggi l’industria italiana parte da una posizione di svantaggio competitivo, con un’incidenza dei costi energetici superiore rispetto ai principali partner europei. In caso di conflitto prolungato, questa quota potrebbe tornare vicino ai picchi critici del 2022, erodendo ulteriormente la competitività internazionale.

Costi, non scarsità: il vero problema nel breve periodo

Le imprese segnalano con chiarezza dove si concentrano le difficoltà. “Le preoccupazioni si concentrano soprattutto su tre fattori: il costo dell’energia […], i costi di trasporto e/o assicurazione […] e il costo delle materie prime non energetiche”. Più che la disponibilità fisica delle risorse, nel breve periodo pesa la dinamica dei prezzi, spesso alimentata da aspettative e tensioni speculative.

Questo equilibrio resta fragile. Se il conflitto dovesse protrarsi, crescerebbero anche i rischi legati all’approvvigionamento, con un aumento delle imprese che temono carenze di materie prime e interruzioni nelle catene di fornitura.

Fiducia debole, ma consumi ancora in tenuta nel breve periodo

Sul fronte interno, il segnale più evidente resta il calo della fiducia. Le famiglie reagiscono all’incertezza aumentando la propensione al risparmio, con un impatto potenziale sui consumi nei prossimi mesi. Tuttavia, nel breve periodo emergono anche elementi di resilienza.

Secondo l’analisi di Confcommercio, “sulla debolezza della fiducia degli operatori […] per adesso fa aggio la solidità dei fondamentali economici: occupazione ai massimi, inflazione ancora sotto controllo, crescita del reddito disponibile reale”. In questo quadro, la domanda delle famiglie mostra ancora una dinamica positiva, con un aumento dell’1% nel primo trimestre.

Resta però una tenuta fragile. Lo stesso quadro evidenzia come il prolungarsi della crisi in Medio Oriente renda più complessa la lettura della congiuntura e degli sviluppi nel breve periodo, mentre l’inflazione torna a salire e rischia di comprimere nuovamente il potere d’acquisto.

Export e investimenti: resiste solo ciò che era già avviato

L’export italiano aveva mostrato segnali di ripresa prima dello scoppio del conflitto, con un rimbalzo significativo verso gli Stati Uniti. Tuttavia, i nuovi dazi e le tensioni commerciali rischiano di ridurre questa spinta, mentre resta esposto il valore delle esportazioni verso i paesi del Golfo.

Gli investimenti, per ora, tengono grazie a fattori già in essere, come le risorse del Pnrr. Ma si tratta di una resistenza più che di una ripartenza: il contesto di tassi più alti e incertezza crescente rende difficile immaginare un’accelerazione autonoma.

Uno scenario globale diviso

A livello internazionale, il quadro appare disomogeneo. Nell’Eurozona si diffondono segnali di sfiducia, mentre la Cina rallenta. Gli Stati Uniti, invece, vedono una revisione al rialzo delle previsioni, sostenuti da una domanda interna più solida.

In questo contesto, l’economia italiana si trova esposta su più fronti: energia, commercio estero e condizioni finanziarie. La sintesi è chiara: più costi, meno fiducia e margini sempre più stretti per le imprese.

Enrico Foscarini, 20 aprile 2026

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