IL SONNO DI BRUXELLES

Energia: Berlino pensa a sé, l’Europa resta ferma

Merz criticato per il silenzio con Trump, ma da Washington porta a casa l’esenzione sul petrolio russo

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Merz Trump von der Leyen

La visita di Friedrich Merz alla Casa Bianca non ha suscitato entusiasmo. In patria e in Europa, il cancelliere tedesco è stato criticato duramente per il suo atteggiamento durante l’incontro con Donald Trump, soprattutto per il silenzio mantenuto mentre il presidente americano attaccava alcuni leader europei.

Trump non ha risparmiato stoccate al premier britannico Keir Starmer, liquidato con un sprezzante “non è Churchill”, e al capo del governo spagnolo Pedro Sánchez, minacciando di “tagliare tutti i contratti commerciali”. A irritare la Casa Bianca è stata la presa di distanza di Londra e Madrid dopo l’attacco all’Iran. In quel contesto, Merz non ha provato a smorzare i toni del suo interlocutore, rimanendo sostanzialmente in silenzio.

La scena non è passata inosservata. Un giornale tedesco lo ha definito senza mezzi termini “un turista sprovveduto spiaggiato nella crisi”.

Eppure, se si guarda oltre la forma e si analizza la sostanza dell’incontro, il bilancio appare molto diverso.

Dietro il silenzio di Merz c’è un risultato strategico

Al di là dell’imbarazzo nello Studio Ovale, il viaggio a Washington ha prodotto un risultato molto concreto per Berlino. Gli Stati Uniti hanno annunciato che le unità tedesche del colosso petrolifero russo Rosneft saranno esentate a tempo indeterminato dalle sanzioni.

La decisione cambia completamente lo scenario energetico. Finora le società tedesche legate al gigante petrolifero di Mosca non potevano operare liberamente: nessuno a Berlino era disposto a fare affari correndo il rischio di finire nel mirino delle sanzioni americane introdotte dopo l’inizio della guerra in Ucraina.

Con l’esenzione concessa da Washington, invece, la situazione si ribalta. Le controllate tedesche potranno tornare a ricevere servizi finanziari, ottenere credito e soprattutto riprendere rapporti commerciali con le imprese locali, riaprendo di fatto il flusso di petrolio russo verso l’economia tedesca.

Il risultato è evidente: mentre il dibattito politico si concentra sulle parole di Trump e sul silenzio di Merz, la Germania porta a casa un vantaggio energetico potenzialmente decisivo.

Il ritorno del vantaggio competitivo tedesco

Per anni Berlino ha beneficiato di forniture di energia russa a prezzi molto competitivi, uno dei fattori che hanno alimentato la potenza industriale del Paese. L’esenzione concessa dagli Stati Uniti potrebbe riportare, almeno in parte, quella condizione favorevole.

Non si tratta soltanto di una questione di approvvigionamento. In prospettiva, l’accesso a energia meno costosa potrebbe restituire all’industria tedesca quel vantaggio competitivo che negli ultimi anni si era ridotto, soprattutto dopo l’esplosione dei prezzi energetici in Europa.

In altre parole, mentre il dibattito pubblico si concentra sulla diplomazia e sulle polemiche politiche, Berlino si muove con pragmatismo e pensa ai propri interessi economici.

L’Europa resta ferma

Il punto vero è proprio questo. La Germania si muove per garantire energia alle proprie imprese, e lo stesso fa l’Ungheria, che ha ottenuto una sorta di via libera da Bruxelles per riaprire l’oleodotto che attraversa l’Ucraina e garantisce forniture russe.

Nulla di scandaloso. Gli Stati difendono la propria economia. La domanda semmai è un’altra: perché altri Paesi europei non fanno lo stesso?

Negli ultimi giorni, con la guerra in Iran e l’instabilità in Medio Oriente, i prezzi di gas e petrolio sono tornati a salire rapidamente. Il blocco delle forniture imposto dai Pasdaran come ritorsione all’uccisione della guida suprema Ali Khamenei ha ulteriormente aumentato la pressione sui mercati energetici.

In questo contesto, l’Europa continua a muoversi lentamente.

Il nodo che Bruxelles evita

La realtà è che le rinnovabili non sono ancora in grado di sostituire completamente le fonti fossili, nonostante la spinta alla transizione energetica promossa dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen.

Se dal Qatar diventa difficile importare energia a causa della guerra e se perfino l’Azerbaigian — da cui parte il Tap — rischia di essere coinvolto nel conflitto, il tema delle forniture torna inevitabilmente al centro della scena.

In un momento simile, diventa inevitabile porsi una domanda: ha senso continuare a escludere a priori il gas russo, oppure sarebbe più razionale valutare una tregua energetica prima che una nuova crisi travolga imprese e sistemi produttivi europei?

Un’Europa lenta mentre gli Stati si muovono

A rendere ancora più evidente il problema sono i tempi della politica europea. Le prime bombe su Teheran sono cadute il 28 febbraio. Già il 2 marzo i prezzi di gas e petrolio erano saliti alle stelle.

La risposta di Bruxelles? Una prima riunione fissata per il 19 marzo. Due settimane non per prendere decisioni, ma per discutere quando e come farlo.

È anche per questo che Paesi come Germania e Ungheria scelgono di muoversi da soli. E, inevitabilmente, è anche uno dei motivi per cui l’Unione Europea continua a pesare poco negli equilibri internazionali.

Nel frattempo, chi riesce a difendere i propri interessi energetici si garantisce margini economici e industriali che altri rischiano di perdere. E la visita di Merz a Washington, al di là delle polemiche, sembra andare esattamente in questa direzione.

Enrico Foscarini, 7 marzo 2026

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