IL DOSSIER

Guerra all’Iran, la scommessa energetica di Trump

Il presidente Usa punta su produzione e riserve per evitare lo choc petrolifero e l'inflazione. Ma lo stretto di Hormuz e Mosca possono ribaltare lo scenario

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Uno dei presupposti centrali della guerra contro l’Iran lanciata da Donald Trump è che l’impatto sul prezzo del petrolio sia controllabile. La Casa Bianca è convinta di poter evitare un nuovo choc energetico e, con esso, una fiammata inflazionistica capace di colpire Stati Uniti ed Europa. È su questa valutazione che poggia l’azione contro Teheran, che oggi pesa per circa il 5% dell’offerta mondiale di greggio.

La questione è semplice: si tratta di un calcolo solido o di un eccesso di fiducia?

Dominio energetico: gli Usa non sono più quelli degli anni 70

Negli ultimi mesi Washington ha maturato la convinzione di aver raggiunto un vero “dominio energetico”. Gli Stati Uniti producono oggi circa venti milioni di barili al giorno, quasi il 20% del totale mondiale. Arabia Saudita e Russia, secondo e terzo produttore, restano a distanza.

Questo dato cambia radicalmente il quadro storico. L’America non dipende più dal Golfo come negli anni Settanta. La produzione interna è raddoppiata e questo rende la Casa Bianca molto più incline ad assumere rischi geopolitici.

Anche altre dinamiche rafforzano la fiducia di Trump. Gli interventi degli ultimi mesi nello scacchiere mediorientale non hanno provocato scosse durature sui mercati. Durante la guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran, culminata con bombardamenti americani su siti nucleari, il Brent è salito da 62 a 72 dollari per poi ridiscendere rapidamente. Nemmeno la rimozione di Nicolás Maduro ha generato tensioni prolungate sui listini.

Il mercato, finora, ha assorbito tutto.

Offerta, domanda e il fattore Cina

Il mercato petrolifero oggi è più liquido e bilanciato. Offerta e domanda risultano più vicine rispetto alle grandi crisi del passato.

Un elemento decisivo è la Cina. Grazie alla diffusione dell’auto elettrica e alla riduzione dell’intensità energetica, Pechino sta consumando meno greggio: nel 2025 circa mezzo milione di barili al giorno in meno rispetto al 2023. Se questa traiettoria continuerà, la Repubblica Popolare – principale cliente del petrolio iraniano – potrà ridurre drasticamente gli acquisti senza effetti sistemici.

Meno domanda significa minore pressione sui prezzi.

Riserve ai massimi: il cuscinetto globale

Un altro pilastro della scommessa americana sono le scorte. Gli Stati Uniti dispongono di ampie riserve strategiche pronte a essere utilizzate in caso di emergenza. Inoltre, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, gli stock mondiali di greggio inutilizzato sono ai massimi dalla pandemia.

Questo “cuscinetto” spiega perché, nonostante l’intensificarsi delle tensioni, il Brent a 72 dollari sia sostanzialmente in linea con i livelli di un anno fa.

Il sistema, sulla carta, regge.

Il rischio sottovalutato: Hormuz e l’escalation

Eppure il fattore di rischio resta enorme. L’Iran può tentare di bloccare lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per circa il 20% dell’export mondiale di petrolio. Da lì transitano le petroliere di Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, Iraq e Bahrein, oltre a quelle iraniane.

Anche un blocco temporaneo avrebbe effetti immediati sui prezzi e potrebbe allargare il conflitto. Inoltre la produzione iraniana è cresciuta fino a circa 5,5 milioni di barili al giorno. Se il Paese sprofondasse nel caos o i lavoratori dei giacimenti entrassero in sciopero, l’impatto sarebbe significativo.

Teheran ha già dimostrato in passato di poter colpire direttamente infrastrutture saudite. In uno scenario di sopravvivenza del regime, la destabilizzazione del mercato diventerebbe un’arma politica.

Effetti collaterali: Mosca ringrazia

C’è poi un paradosso geopolitico. Il recente calo dei prezzi e le sanzioni avevano messo sotto pressione le finanze del Cremlino, riducendo le entrate petrolifere e rendendo più fragile la sostenibilità della guerra in Ucraina.

Un rialzo strutturale del greggio, invece, ridarebbe ossigeno a Vladimir Putin. L’attacco all’Iran rischia così di produrre un effetto collaterale inatteso: rafforzare economicamente Mosca proprio mentre l’Occidente cerca di contenerla.

Una scommessa tutta politica

Le esperienze dell’ultimo anno alimentano la fiducia di Trump. Ma se il conflitto dovesse protrarsi o allargarsi, il presidente sarebbe costretto a rivedere i calcoli sull’impatto economico.

Per ora il mercato sembra credergli. Resta da capire se si tratti di lucidità strategica o di un azzardo destinato a pesare su crescita e inflazione. In geopolitica, come nei mercati, l’eccesso di fiducia è spesso il rischio più sottovalutato.

Enrico Foscarini, 1 marzo 2026

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