
La decisione dell’Opec+ di mantenere invariata la produzione a circa 33 milioni di barili al giorno non è stata solo una scelta tecnica, ma una mossa profondamente politica. Arabia Saudita, Russia ed Emirati hanno preso atto di una nuova variabile che incombe sui mercati: il Venezuela post-Maduro. La possibilità di rimettere sul mercato fino a 1,65 milioni di barili al giorno è stata rinviata al secondo trimestre proprio perché Caracas, pur producendo oggi meno dell’1% del greggio globale, rappresenta una potenziale mina per l’equilibrio dei prezzi, già scesi di oltre il 20% nell’ultimo anno con il Wti a 57 dollari e il Brent attorno ai 60.
Un ritorno graduale del Venezuela sui mercati, favorito dal cambio di regime e dal sostegno americano, avrebbe un impatto strutturale. Non tanto nell’immediato, quanto nel medio-lungo periodo, quando milioni di barili aggiuntivi potrebbero ridefinire i rapporti di forza interni all’Opec+ e costringere Riad a una gestione molto più prudente delle quote. È uno scenario che il mercato osserva con attenzione, perché potrebbe trasformarsi in uno dei più grandi shock di offerta degli ultimi decenni. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, sarebbe una notizia decisamente positiva.
Un patrimonio energetico che vale migliaia di miliardi
Il Venezuela detiene oltre 300 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate, circa il 17% del totale mondiale, concentrate nella Fascia dell’Orinoco. Anche considerando gli sconti strutturali del greggio extra-pesante, il valore teorico supera i 15mila miliardi di dollari. A questo si aggiunge il gas naturale, con circa 5.600 miliardi di metri cubi di riserve, il più grande patrimonio dell’America Latina e uno dei primi dieci al mondo. Se messa a sistema, questa ricchezza potrebbe offrire all’Europa una fonte alternativa stabile, contribuendo a chiudere definitivamente la stagione della dipendenza dal gas russo.
Naturalmente non si tratta di un automatismo. Servono investimenti enormi, stimati tra 100 e 200 miliardi di dollari, e un quadro normativo radicalmente diverso da quello ereditato dal chavismo. Donald Trump lo ha detto chiaramente a Mar-a-Lago, spiegando che “le compagnie americane ricostruiranno le infrastrutture energetiche di un Paese che detiene circa il 17% delle riserve mondiali di greggio” e che “preleveremo enormi quantità di petrolio, una parte andrà agli Stati Uniti come rimborso per i danni causati dall’amministrazione Maduro”. Secondo il presidente americano, il tutto “non ci costerà nulla”, chiarendo che Washington manterrà una presenza in Venezuela legata allo sfruttamento energetico.
Mercati, volatilità e prezzi sotto pressione
L’operazione americana non dovrebbe provocare scossoni immediati alla riapertura dei mercati. Il greggio è già in una fase di debolezza e la decisione dell’Opec+ va proprio in questa direzione. È possibile una volatilità di breve periodo, ma come osserva un operatore, “il mercato è cinico e il blitz americano è stato rapido ed efficace”. Paradossalmente, nel medio termine, la prospettiva di un Venezuela nuovamente operativo potrebbe spingere il Brent a testare al ribasso la soglia dei 60 dollari, con effetti positivi sull’inflazione e sulla politica monetaria della Fed.
Ad avvalorare uno scenario di compressione dei prezzi contribuiscono anche le stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, che vede nel 2026 un surplus superiore ai 4 milioni di barili al giorno, un eccesso di offerta record in un contesto di domanda che cresce a ritmi storicamente modesti.
A complicare ulteriormente il quadro nel brevissimo termine c’è la situazione operativa di Pdvsa. La compagnia statale venezuelana ha chiesto ad alcune joint venture di ridurre la produzione, arrivando alla chiusura temporanea di giacimenti e gruppi di pozzi, a causa dell’aumento delle scorte onshore e della carenza di diluenti, indispensabili per il greggio extra-pesante. Il blocco americano delle petroliere soggette a sanzioni ha infatti paralizzato le esportazioni, creando colli di bottiglia logistici che frenano l’offerta immediata, pur senza intaccare il potenziale strutturale del Paese.
Europa e Italia: perché Caracas diventa strategica
L’Europa arriva a questo appuntamento in una fase di transizione avanzata. Dal 45% di gas russo del 2021 si è scesi a circa il 10-13% a inizio 2026, con l’azzeramento definitivo previsto entro il 2027. L’Italia è il caso più virtuoso, avendo ridotto la quota russa sotto il 3% grazie ad Algeria, Azerbaigian e Gnl. Tuttavia, per eliminare anche l’ultimo residuo di gas russo, spesso mascherato da triangolazioni, serve una nuova frontiera atlantica.
In questo quadro, il Venezuela si affianca alla Guyana, dove ExxonMobil guida lo sviluppo del giacimento dell’Essequibo. Un asse Usa-Guyana-Venezuela garantirebbe forniture abbondanti, politicamente sicure e competitive, completando la diversificazione europea e togliendo a Mosca una leva strategica. Le infrastrutture venezuelane, secondo Bloomberg, non avrebbero subito danni e asset chiave come il porto di Jose e la raffineria di Amuay restano operativi.
Oltre a Chevron, che continuerà a operare “nel pieno rispetto delle leggi e dei regolamenti”, sono presenti anche Eni, Repsol e Maurel & Prom, oggi vincolate a un quadro difensivo fatto di licenze speciali e oil-for-debt. Una normalizzazione aprirebbe finalmente la strada a investimenti strutturali, soprattutto nel gas e nel Gnl, trasformando Caracas in un pilastro della sicurezza energetica occidentale.
In definitiva, il Venezuela non è solo una crisi geopolitica, ma una leva economica globale. Il suo ritorno sui mercati potrebbe abbassare i prezzi, rafforzare l’Occidente e chiudere definitivamente l’era della dipendenza energetica da Mosca.
Enrico Foscarini, 5 gennaio 2026
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