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Era l’anno dei mondiali, quelli del ‘66

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Negli ultimi giorni di un anno già non facile sono venuti a mancare due giocatori che più o meno tutti abbiamo amato, prima Maradona e poi Paolo Rossi. E allora, prendendo spunto da una vecchia slide di Pictet, voglio fare una ricostruzione storica degli ultimi 55 anni affiancando alla storia dei mondiali quella dei mercati finanziari.

Partiamo dal campionato del mondo in Inghilterra 1966 (io sono del ‘65…): tutti aspettano Pelè, esploso in Svezia nel ‘58 e campione del mondo anche nel ’62 e invece il mondiale vede l’exploit di Eusebio, la “perla nera” del Mozambico; l’Italia vede la sua pagina vergognosa contro i modesti calciatori della Corea del Nord e l’Inghilterra si laurea campione dopo una contestatissima finale contro la Germania. I tassi dei titoli di stato Usa a 10 anni sono intorno al 5-6% e l’S&P 500 chiude l’anno a -10%, c’è l’escalation della Guerra del Vietnam.

A Messico ‘70 il mondiale finisce ballando la samba, il Brasile vince grazie a una squadra decisamente offensiva in cui giocavano insieme cinque numeri 10…, allo stadio Azteca viene giocata forse la più bella partita della storia dei mondiali, Italia-Germania O. 4-3; in finale però Pelè ci batte nettamente e alza la sua terza Coppa Rimet.

I rendimenti intanto salgono al 7%, l’S&P archivia un +3,6%, iniziano i difficili anni settanta e gli Usa cercano un’exit strategy dalla guerra.

Nel giugno del 1974 siamo in Germania, ancora Ovest all’epoca, è il mondiale che vede l’affermazione del “calcio totale” della “grande Olanda” e del suo profeta Johan Cruijff, la debacle dell’Italia eliminata dalla sorpresa Polonia di Lato, Szarmach e Deyna, e alla fine con l’affermazione della Germania Ovest di Breitner, Beckenbauer, Bonhof e del grandissimo Gerd Müller.

I tassi intanto, complice l’abbandono del gold standard da parte di Nixon nel 1971 e alla crisi petrolifera del 1973, veleggiano verso l’8%; l’S&P 500 vede uno dei suoi anni peggiori con un -25,9% che segue il già pesante -14,3% dell’anno prima.

Siamo ad Argentina 1978, un Paese governato da una sanguinosa giunta militare, è un mondiale abbastanza povero tecnicamente in cui finalmente torna una bella Italia e nasce la stella di Paolo “Pablito” Rossi: alla fine arriverà terza con un po’ di amaro in bocca; è il mondiale di Rensenbrink e Kempes ma anche del “biscotto” argentino ai danni del Brasile, trionfa l’Argentina contro l’Olanda e tutto il Paese festeggia per le strade di Buenos Aires.

L’inflazione morde alle caviglie, i rendimenti sono all’8,5% e l’S&P porta un magro 6,5%.

Spagna 1982, dopo un girone eliminatorio da dimenticare – come spesso accade – il bruco Italia si trasforma in farfalla ed elimina in serie l’Argentina di Maradona, il Brasile di Zico e Falcao, la Polonia di Boniek e la Germania di Rummenigge, è il trionfo dei ragazzi di Bearzot con il Presidente Pertini che prende in giro i tedeschi.

I tassi sfuggono di mano, siamo al 13,50% (i massimi furono toccati l’anno prima, 15%), l’S&P 500 prima soffre ma poi realizza un +20,4%.

Nel 1986 si torna in Messico ed è un mondiale spumeggiante, tante belle squadre e un gioco offensivo: Danimarca, Belgio, Russia, Inghilterra e – ovviamente – l’Argentina di Diego Armando Maradona, la stella del mondiale che – “mano de Dios”  a parte – trascina una mediocre squadra alla vittoria finale; l’Italia conferma che fin quando deve improvvisare e fronteggiare l’emergenza (Spagna) c’è, ma quando deve pianificare (e ha 4 anni di tempo) si presenta inadeguata (succederà ancora nel 2010).

Intanto è iniziata la secolare discesa dei tassi di interesse, siamo all’8,6% mentre le azioni Usa sono in uno dei loro periodi d’oro: + 18,5% che segue il + 31% dell’anno prima.

Italia 90 è l’anno della grande delusione, una bella Italia esce in semifinale ai rigori proprio contro l’Argentina del solito Maradona (fischiatissimo per tutto il mondiale), un mondiale dove brilla l’Inghilterra ma, come disse il suo centravanti Gary Lineker, “il calcio è un gioco semplice, 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti e alla fine vince la Germania”.

I Treasury sono ancora all’8,5%, l’S&P interrompe la sua serie positiva, – 3,1%.

Usa 1994, il “mondiale a stelle e strisce” come fu definito, è quello dei rimpianti: usciamo ancora ai calci di rigore, in finale questa volta, il Brasile fa sua la Coppa senza incantare, le stelle del mondiale sono il rumeno Hagi e il bulgaro Stoićkov.

I rendimenti scendono al 6,5% e il mercato azionario fa più 1,3% ma è nel mezzo del più forte rialzo di sempre (dal 1991 al 1999 va quasi sempre in doppia cifra).

Francia 1998, è l’anno dei bleau: Zidane, Henry, Trezeguet, Blanc; è un bel mondiale, tante squadre che giocano bene: Argentina, Olanda, Brasile, Italia, Inghilterra, Francia e la sorprendente Croazia di Boban e Šuker; alla fine la spunta la Francia contro il Brasile.

I tassi sono al 5,5% e le azioni Usa fanno + 28%.

Corea e Giappone 2002, un brutto mondiale caratterizzato da scempi arbitrali e vinto dal Brasile che porta a casa la quinta coppa del mondo.

I tassi scendono al 4,5% e le azioni sono nel pieno della recessione dopo lo scoppio della bolla internet e l’attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001, alla fine è –22%.

Germania 2006, come dimenticare? l’Italia torna a farci sognare, partiti tra mille polemiche tiriamo fuori il carattere e portiamo a casa il mondiale vendicandoci della Francia che ci aveva ingiustamente battuti all’Europeo del 2000 e bastonando ancora una volta la Germania padrona di casa.

In un sussulto i tassi risalgono al 5% mentre le azioni portano un +15,8%.

Il mondiale approda in Sud Africa nel 2010, è il trionfo della Spagna di Xavi e Iniesta; ricordiamo una bella Olanda e il ritorno ad alti livelli dell’Uruguay di Cavani e Suarez.

La discesa dei tassi non si ferma, siamo al 3%; l’S&P 500 fa +15,1%.

Dopo 64 anni il mondiale torna in Brasile, è il 2014 e anche stavolta sarà una disfatta per i verdeoro che verranno travolti 7 a 1 in semifinale dalla Germania, poi campione.

I tassi? Siamo al 2,5% mentre le azioni fanno +13,7%.

Russia 2018, l’Italia non raggiunge nemmeno la qualificazione; la Francia domina portando a casa il suo secondo titolo contro una bella Croazia.

I tassi hanno un rimbalzo al 2,85% mentre le azioni – dopo il più lungo bull market della storia – hanno uno stop, -4,4%.

E siamo ai giorni nostri: il 2020 non è l’anno dei mondiali che si disputeranno nel 2022 in Qatar (scelta discutibile ma gli sponsor e le tv comandano), è l’anno in cui saltano gli Europei a causa della pandemia.

A giugno di quest’anno i Treasury hanno toccato il loro minimo storico intorno allo 0,5% (non parliamo dei titoli di stato europei che oscillano tra lo 0,6% di quelli italiani e il -0,5% dei noti Bund tedeschi); il mercato azionario è andato sulle montagne russe crollando del 35% in poche settimane a marzo per poi riprendere tutto nei cinque mesi successivi.

Alcune considerazioni:

-Alla lunga i valori emergono: a volte capita che la squadra più forte non vinca, magari per sfortuna (vedi l’Olanda nel 1974 e nel 1978 o l’Italia nel ’90) ma di solito il mondiale lo porta a casa chi pianifica meglio e ha costanza di rendimento;

-Nella storia dei mondiali emerge che ci sono nazioni che storicamente hanno rappresentato l’elite di questo sport: Italia, Germania, Argentina, Brasile e senza di queste il campionato di calcio perde significato, allo stesso modo non puoi investire in azioni snobbando il mercato per eccellenza, gli Stati Uniti d’America;

-Negli ultimi anni però sono salite alla ribalta squadre nuove: le africane, la Croazia, il Belgio; mentre l’Italia addirittura non si qualifica per il mondiale. E allora, se le cose cambiano (i rendimenti delle obbligazioni non ci sono più) devi cambiare anche tu, altrimenti il risultato non arriva.

 

 

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