
Il gruppo guidato da Andrea Orcel rompe gli indugi e mette pressione su Commerzbank con un’offerta pubblica volontaria di scambio che punta a superare la soglia del 30%. Una mossa che consentirebbe a Unicredit di avere maggiore flessibilità nella gestione della propria partecipazione mentre la banca tedesca è impegnata in un programma di riacquisto di azioni proprie.
L’iniziativa, tuttavia, si scontra immediatamente con il muro politico e industriale eretto a Berlino. Il governo tedesco, azionista della banca con circa il 12%, ha ribadito il proprio no all’operazione. Il cancelliere Friedrich Merz è stato esplicito: “L’opinione politica del governo è chiara: vogliamo mantenere l’indipendenza di Commerzbank”.
Non solo. Dal ministero delle Finanze tedesco arriva un’ulteriore chiusura: “Un’acquisizione ostile non sarebbe accettabile”. Parole che suonano come un vero e proprio stop politico prima ancora che finanziario.
L’offerta di Unicredit e la strategia di Orcel
Dal punto di vista industriale l’operazione è presentata come un passo verso il consolidamento europeo. L’offerta prevede uno scambio di 0,485 azioni Unicredit per ogni azione Commerzbank, che implica un prezzo di circa 30,8 euro per azione della banca tedesca, pari a un premio del 4% rispetto alla chiusura del 13 marzo. Orcel ha chiarito che l’operazione non nasce con l’obiettivo di prendere il controllo dell’istituto di Francoforte. L’offerta ha anche una ragione tecnica: “Visto il buyback in corso del gruppo tedesco dobbiamo cedere azioni per restare sotto la soglia del 30% prevista dalla normativa”.
Il banchiere resta convinto della logica industriale del progetto. “Credo che una fusione non solo aggiungerebbe molto valore agli azionisti, ma anche alla Germania, all’Europa, ai clienti e alle persone che lavorano presso Commerzbank e Unicredit”. Nonostante questo, la risposta che arriva dalla Germania è una chiusura totale. La ceo di Commerzbank Bettina Orlopp sostiene che “non ci sono le basi per i colloqui” e aggiunge che nell’offerta “di fatto non c’è alcun premio per i nostri azionisti”. Il consiglio di fabbrica della banca promette addirittura una difesa “con tutte le nostre forze e i nostri mezzi”.
L’Europa che pratica il protezionismo
Il paradosso è evidente. Da anni le istituzioni europee invitano le banche a rafforzarsi attraverso fusioni transfrontaliere per rendere il sistema finanziario più solido e competitivo. Anche la Commissione europea ricorda che il consolidamento internazionale “contribuirebbe a migliorare l’efficienza e la redditività delle banche”.
Ma quando una banca italiana prova davvero a crescere oltre confine, la politica nazionale interviene per bloccare tutto. È uno schema già visto. Quando i grandi gruppi europei vogliono investire o espandersi in Italia, le porte devono essere spalancate. Quando invece è una società italiana a tentare il salto di scala in un altro Paese, improvvisamente spuntano muri politici, sindacali e regolatori.
I precedenti: da Berlusconi a Marchionne
Non è neppure la prima volta che succede in Germania. L’anno scorso Pier Silvio Berlusconi ha dovuto rassicurare tutto l’establishment tedesco per evitare che venisse ostacolato il progetto di MFE-MediaForEurope su ProsiebenSat1.
Ancora più emblematico fu il caso di Sergio Marchionne. Quando FCA tentò di acquisire Opel, allora controllata da General Motors, il governo guidato da Angela Merkel sbatté letteralmente la porta in faccia al manager italo-canadese. Alla fine Opel fu venduta ai francesi di PSA Group, dimostrando che il problema non era l’operazione industriale ma l’identità dell’acquirente.
Il nodo del mercato unico
Il caso Unicredit-Commerzbank ripropone quindi una questione più ampia: l’Europa economica funziona davvero come un mercato unico oppure resta un mosaico di protezionismi nazionali? Perché se il consolidamento bancario è davvero necessario per competere con i colossi americani e asiatici, allora dovrebbe valere per tutti. Se invece ogni Paese continua a difendere i propri campioni nazionali quando conviene, l’integrazione resta solo uno slogan.
La vicenda di Unicredit dimostra ancora una volta che questa Europa, così com’è costruita oggi, fatica a funzionare davvero come uno spazio economico aperto e competitivo. E finché i governi continueranno a intervenire per fermare operazioni industriali sgradite, il mercato unico resterà incompiuto.
Enrico Foscarini, 16 marzo 2026
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