Economia e Logistica

Fumata bianca: Il porto di Genova ha il Presidente

Continua a regnare il caos su tutta la portualità italiana commissariata o in cerca di nomine. Fra ricorsi annunciati, la riforma potrebbe passare a Palazzo Chigi

Matteo Salvini e il nuovo porto di Genova Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Habemus papam. La fumata bianca si è levata verso il cielo di Genova dal tetto in ardesia di Palazzo San Giorgio, sede storica della Banca della Repubblica marinara, oggi dell’Autorità di sistema portuale. Ci sono voluti due anni prima che il principale porto italiano uscisse dal commissariamento deciso all’indomani dell’inchiesta sfociata nell’arresto del presidente della Regione Liguria e dello stesso presidente del porto.

Matteo Paroli, avvocato, già segretario generale del porto di Livorno, anche se mancano alcuni documenti ha passato tutte le forche caudine previste per la nomina di un presidente di porto, dal parere teoricamente non vincolante, ma comunque determinante, del Presidente della Regione in cui il porto insiste, a quello delle due Commissioni Trasporti della camera e del Senato.

E in tempi brevi per Genova e Savona, ovvero per l’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure occidentale, dovrebbero essere finalizzate anche le nomine dei componenti il Comitato portuale nonché, quella importantissima, del segretario generale. E, secondo un parere quasi corale, per Genova non si dovrebbero porre i tre problemi che continuano invece a dilaniare l’efficienza e il futuro della quasi totalità degli altri porti italiani. Problemi che si chiamano: carenza di requisiti professionali, conflitto d’interesse, inchieste giudiziarie.

E non si tratta di generalizzazioni: da Trieste (dove sul candidato presidente è corso un’inchiesta giudiziaria per una società austriaca di cui viene indicato come titolare), a Ravenna e Cagliari (porti per i quali è pendente un ricorso per consulenze incrociate), per non parlare dei numerosi porti nei quali verrebbero precipitati presidenti che a fatica conoscono la strada per raggiungere il varco portuale e che di esperienze di mare, traffici e navi sono completamente a digiuno in violazione palese del dettato di legge che prevede “consolidata conoscenza ed esperienza nei settori della logistica e dei porti”.

Questa assenza di requisiti che travalica i confini dell’Adriatico e del Tirreno per ricomprendere anche le isole, potrebbe abbinarsi anche ai conflitti di interesse potenziali, passati e presenti, di alcuni candidati. Con il risultato da far prevedere uno tsunami di ricorsi.

Ma il peggio potrebbe venire post insediamento. C’è chi si pone ragionevolmente un interrogativo: non è che i neo presidenti, una volta insediati, per mettersi al sicuro parti delicate, decideranno in massa di far controllare a soggetti terzi (del tipo di una delle big four della consulenza) la legittimità delle concessioni demaniali in atto, il loro iter, la loro compatibilità e le loro, pare numerose proroghe) in un quadro tale da far impallidire le inchieste genovesi?

E una seconda ciliegina sulla torta potrebbe essere posta dalla riforma dei porti: da mesi si assiste a un palleggio di “la faccio io,. No spetta a me farla”. E da alcuni giorni fra ministero dei Trasporti e ministero del Mare, potrebbe profilarsi un terzo incomodo. Anzi il terzo per eccellenza: la Presidenza del Consiglio.

Considerando gli esiti quasi grotteschi delle votazioni alla camera di candidati presidenti passati con 4 volti e 20 astenuti, non ci sarebbe da stupirsi se il caso porti fosse avocato ai piani alti

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