
L’Italia del 2011, guidata da Berlusconi, era bistrattata da tutti e sbeffeggiata da Merkel e Sarkozy, ma i dati raccontano una storia diversa. Come sottolinea Marco Fortis, docente di Economia Industriale alla Cattolica e vicepresidente della Fondazione Edison, «aveva fondamentali migliori di quelli della Francia e degli Usa di oggi». Il deficit era al 4,6% del Pil e il bilancio primario positivo per l’1,1%. «Il debito/Pil era al 119,1%, lo stesso che avrà la Francia di Emmanuel Macron l’anno prossimo, mentre gli Stati Uniti di Donald Trump nel 2026 toccheranno addirittura il 123,7% di debito/Pil», osserva Fortis.
Eppure, quella Italia fu penalizzata dai mercati. Un fatto che non aveva molto senso, oppure aveva senso solo se si considera che un certo tipo di mercati – soprattutto a livello europeo – premia solo il rigore e l’austerità anziché la capacità di crescita, qualità che gli Usa hanno sempre mantenuto.
Le politiche draconiane adottate allora avevano effetti ambivalenti: da un lato, risanarono i conti abbassando le previsioni di spesa per le pensioni con il passaggio al metodo contributivo per tutti. Dall’altro, però, l’abbuffata di tasse a cui ci hanno sottoposto ha distrutto l’industria. La perdita a luglio 2025 della produzione industriale rispetto al massimo del 2007 è del 17,4%.
Sotto questa luce, la situazione attuale – visto che fra qualche ora Fitch dovrebbe alzare il rating dell’Italia – può essere letta come una vittoria postuma di Berlusconi, che aveva ben chiaro che l’industria andava salvata come bene strategico del Paese. Se l’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano, non lo avesse ostacolato in ogni modo, Silvio Berlusconi avrebbe varato un decreto Industria (successivamente annacquato dal governo Monti) per rilanciare la crescita, unica cosa da fare in un contesto recessivo. Se oggi l’Italia cresce ancora, è perché qualcosa del sistema industriale si è salvato. Nonostante tutto, come avrebbe voluto il Cav.
Leggi anche:
- Manovra, aperta la caccia ai sussidi
- Manovra, serve una riforma contro il fiscal drag
- Fisco: gettito record nonostante l’opacità del Pil
Monti, Draghi e Giorgetti: la strada “virtuosa” prosegue
Dopo il 2011, l’Italia ha fatto i compiti a casa. Monti e Draghi hanno introdotto riforme pesanti dal punto di vista dei contribuenti, e oggi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti continua su quella linea. I mercati lo stanno già premiando. «I titoli di Stato italiani con scadenza decennale hanno viaggiato praticamente quasi allineati con quelli francesi, con i tassi italiani in alcuni momenti persino inferiori a quelli francesi di 2-3 punti», ha rilevato Fortis in un commento pubblicato oggi sul Mattino.
Il merito del ministro dell’Economia è evidente. Standard & Poor’s ha già promosso l’Italia a BBB+, mentre Fitch e Moody’s devono ancora adeguarsi, nonostante i fondamentali del Paese siano ormai solidi e riconosciuti dagli investitori internazionali.
Dal rigore alla leadership: l’Italia come modello di gestione
Secondo Fortis, se il Paese continuerà lungo questa strada, «raccoglierà i frutti del proprio impegno e dei propri sacrifici con gli interessi, diventando un Paese modello per la gestione dei conti pubblici».
Il messaggio è chiaro: le politiche di austerità hanno risanato i conti, ma a caro prezzo, soprattutto per l’industria. Oggi, grazie a Giorgetti, l’Italia può finalmente trasformare quei sacrifici in un vantaggio competitivo. In questo senso, la promozione dei rating e il riconoscimento dei mercati rappresentano anche il coronamento di una visione strategica che Berlusconi aveva intuito quasi quindici anni fa. Solo che lui fu messo dietro la lavagna pur non essendovene motivo.
Enrico Foscarini, 19 settembre 2025
Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).