…mamma mia dammi cento lire che sul traghetto voglio andar. Ma forse non si può neppure fare: il progetto in fase di approvazione finale e quindi di probabile esecuzione che prevede l’applicazione di una tassa di imbarco, probabilmente di tre euro, su ogni passeggero che nel porto di Genova si imbarcherà o su una nave traghetto o su una nave da crociera, si può eufemisticamente affermare che non ha incontrato il consenso degli operatori portuali, ma anche e specialmente chi di porto vive e se ne intende.
L’idea lanciata dal Sindaco di Genova, Silvia Salis e dalla sua Giunta comunale, dimentica ancora una volta che le navi non hanno fondamenta come gli immobili sui quali (hotel o B&B che si tratti) è possibile applicare una tassa di soggiorno. Le navi scelgono il porto in base al mercato e l’acqua del mare consente loro di spostarsi e scegliere dove sono garantiti più traffico e condizioni economiche migliori.
Poi esiste anche un piccolo particolare non trascurabile: che competenza ha una amministrazione comunale sul demanio marittimo che fa capo direttamente allo Stato? Dove impone la gabella? Al varco portuale o, attraverso meccanismi contabili tutti da scoprire, alle compagnie di navigazione chiamate a fare la “colletta” per il Comune? E che dire poi dei passeggeri sardi ai quali è garantita la cosiddetta continuità territoriale? Diventa una continuità più tre euro? E poi chi deve incassare? Gli agenti marittimi che devono diventare esattori e spillare soldi ai loro clienti armatori per conto terzi?
Ma al di là delle compatibilità giuridiche e giurisdizionali, le tasse centrate in un solo porto o su un area determinata del mercato hanno un solo effetto, quello di distorcere la concorrenza e innescare un meccanismo perverso per cui, chi può o ne rileva la convenienza, scappa e utilizza un porto concorrente in una città in cui il Sindaco non pensi di fare cassa con il mare. Fare cassa è poi una parola grossa, considerando che il porto di Genova mediamente si attesta poco sotto i 4 milioni di passeggeri, la gabella che comporterebbe un rischio anche reputazionale esteso per il porto, produrrebbe un gettito di meno di 12 milioni.
Eccezion fatta per regimi ed economie di Stato, questi guizzi fiscali hanno sempre portato male. Forse molti ricorderanno la tassa sugli yacht che sortì una doppia conseguenza: da un lato, spingere tutti i proprietari di grandi imbarcazioni da diporto a spostarle in Costa Azzurra o in Croazia, dall’altro, paradossalmente di abbattere il gettito fiscale prodotto dal settore. E poi diciamolo: le vecchie “gabelle” medioevali, al transito fra un latifondo e l’altro, mal si conciliano con la tanto invocata globalità.
Ma si sa, come cantava Paolo Conte quel mare scuro “si muove anche di notte e non sta fermo mai”. Non si pretende molto: almeno un po’ di cultura canora.
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