Mare e porti

14 miliardi il costo degli “imbuti” del traffico marittimo

Panama, Suez, Hormuz, Stretti di Malacca e tutti i choke point rivelano quanto sia fragile il commercio mondiale via mare

Ma quanto sono fragili gli equilibri geopolitici ed economici del pianeta? Lo specchio di questa fragilità sono i cosiddetti choke point, i punti di strozzatura attraverso i quali transita la percentuale più alta dell’interscambio commerciale via mare e quindi del traffico marittimo che, è il caso di ricordarlo, assomma fra l’80 e il 90% della movimentazione di materie prime e prodotti finiti nel mondo.

Secondo un nuovo studio dell’Università di Oxford, riproposto da Splash247, le interruzioni e i black out nei principali choke points marittimi del mondo vengono “pagati” ogni anno sui circa 192 miliardi di dollari di beni trasportati via mare. Queste “interruzioni”, causate da conflitti, terrorismo, situazioni di tensione o anche da eventi naturali, comportano perdite economiche annuali stimate intorno ai 14 miliardi di dollari; un conto danni che deriva da ritardi nella consegna, cambi di rotta (basti pensare al prolungato utilizzo a mezzo servizio del Canale di Suez e al dirottamento verso la rotta di circumnavigazione dell’Africa), premi assicurativi e costi di trasporto più elevati.

I ricercatori hanno analizzato 24 importanti choke points marittimi e hanno scoperto che le loro interruzioni provocano circa 10,7 miliardi di dollari di perdite economiche dirette annuali, equivalenti allo 0,04% del commercio globale. Gli impatti maggiori si concentrano in paesi come Egitto, Yemen, Iraq e Panama, data la loro forte dipendenza da questi passaggi marittimi vulnerabili.

A livello globale, si perdono ogni anno altri 3,4 miliardi di dollari a causa dell’aumento dei costi di spedizione derivanti in primis dalla deviazione delle navi dalle rotte commerciali, con conseguenze dirette sui costi di trasporto e, successivamente, e quindi sul valore finale delle merci e dei prodotti. E’ sufficiente la crisi di anche solo di un singolo choke point per innescare una reazione a catena mettendo in crisi intere filiere anche produttive dell’economia globale.

Il recente caso di Suez, ma anche la siccità che ha limitato l’operatività del Canale di Panama, per non parlare dei focolai di pirateria, evidenziano pressochè quotidianamente la fragilità di alcuni tratti di mare, iper-frequentati dalle navi, ma, anche iper-esposti a varie tipologie di rischio. Come sottolinea lo studio conflitti armati e terrorismo spesso si verificano insieme in alcuni punti di strozzatura, come lo Stretto di Bab el-Mandeb, il Bosforo e lo Stretto di Lombok, mentre circa il 40% dei cicloni tropicali colpisce più di un punto di strozzatura contemporaneamente. In alcuni casi, la pirateria in una regione sembra aumentare la probabilità di attacchi altrove. Questi rischi sovrapposti implicano che più punti di strozzatura spesso vanno in stallo contemporaneamente, limitando gravemente la capacità mondiale di deviare le navi e mantenere i flussi commerciali. Se Panama, Gibilterra, Suez, Stretto di Malacca, Hormuz, Stretto di Taiwan, Bab el Mandeb, Capo di Buona Speranza o altri andassero in tilt?

Cosa fare? Aumentare le scorte di emergenza, diversificare i punti di approvvigionamento, aumentare il livello di reattività (già altissimo) del comparto marittimo. Non esiste una ricetta unica: è certo che il blocco contemporaneo di almeno cinque fra i principali choke point potrebbe avere conseguenze catastrofiche, materializzando anche scenari apocalittici, come carestie diffuse in aree estese del pianeta.

E ancora una volta la famosa globalizzazione, beatificata come la panacea per i mali del mondo, potrebbe evidenziare in utta la sua magnitudo gli effetti boomerang che colpevolmente, e dolosamente, sono stati tenuti nascosti..

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