Il green perde un’altra foglia, e che foglia; questa volta sul mare. Con una decisione tanto clamorosa quanto autolesionista per i tanti armatori che hanno investito su navi dual fuel o comunque su nuovi motori in grado di funzionare senza l’ausilio di carburanti fossili, l’International Maritime Organization (IMO), organismo supremo delle Nazioni Unite responsabile di tutte le norme sulla sicurezza della navigazione e sulla protezione dell’ambiente, non ha solo invertito la rotta, ma ha innescato a tutta velocità il “macchine indietro” cancellando di fatto un trentennio di dibattito sulla decarbonizzazione, le emissioni inquinanti dello shipping mondiale. Il Net-Zero Framework (NZF) è stato affondato.
57 Stati hanno votato a favore del rinvio, 49 contrari e 21 si sono astenuti sull’applicazione del NZF. La profonda spaccatura nelle posizioni dei Paesi suggerisce un potenziale aumento della frammentazione regionale delle normative sulle emissioni del settore marittimo, con un conseguente aumento della complessità e dell’incertezza per l’industria — e forse un vantaggio per i motori navali convenzionali. E come ormai accade di consueto, l’Unione europea, che più di ogni altro player internazionale si era spinta in avanti, varando anche la tassa sulle emissioni e una vera e propria Borsa per l’acquisto delle fee derivanti da questa tassazione, rischia di trovarsi da sola.
Con quale effetto? Il solito. Farsi male da sola, pensando di condurre una crociata per poi ritrovarsi come Don Chiscotte a combattere una battaglia persa in partenza contro i mulini a vento.
Formalmente infatti, gli Stati membri hanno votato per un rinvio di un anno dell’NZF, ma la sostanza è ben diversa: tutto il percorso di decarbonizzazione del trasporto marittimo torna in discussione.
Nella storia dell’Imo solo una volta si era verificato un flop di queste dimensioni: come ricorda Splash avvenne nel 1984, quando la conferenza diplomatica sulla bozza della Convenzione internazionale sulla responsabilità e il risarcimento dei danni derivanti dal trasporto di sostanze pericolose e nocive via mare (HNS Convention) fallì nell’adottare la normativa, e una versione rivista non vide la luce fino a dieci anni dopo, con l’entrata in vigore della convenzione solo nel 1996.
Ma con il congelamento del processo di decarbonizzazione potrebbe accadere il peggio: molti armatori che hanno commissionato ai cantieri navi “dual-fuel capable” è probabile che le convertano in “dual-fuel ready”». Altri si troveranno costretti a far fronte a una concorrenza che non si è fidata della decarbonizzazione e che continuerà a utilizzare navi di impostazione tradizionale, meno costose e quindi più competitive.
Secondo gli analisti della banca d’investimento Jefferies, una possibile conseguenza potrebbe essere un ritorno ai motori a combustibile convenzionale per le nuove ordinazioni di navi e per molte di quelle già in portafoglio.
Sul mare, come in parte sta accadendo nel settore automotive, sul Gretismo sta prevalendo il pragmatismo che potrebbe innescare una vera e propria reazione a catena spingendo i singoli Paesi a varare norme più comode in attesa che l’Imo riprenda il dossier in mano.
Ma la constatazione più drammatica è un’altra: sulla spinta dei soliti talebani del verde e della sua propaganda, sono stati già investiti miliardi che probabilmente genereranno solo uno “svantaggio” competitivo a favore di chi alla Befana verde non crede e forse non ha mai creduto. E con la credibilità della crociata green, crolla (se ancora ve ne fosse bisogno) la credibilità delle organizzazioni internazionali a partire dalle Nazioni Unite per arrivare a una povera Europa che si autotassa per uscire dal mercato.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


