Pari avanti tutta e prua al mare. Lo potrebbe dire un comandante di lungo corso abituato ai mari tempestosi. La differenza con il “pasticciaccio brutto” dei porti italiani sta nel fatto che anzichè evitare la tempesta perfetta che si sta profilando all’orizzonte, le mosse decise in queste ore sembrano condurre la nave proprio nell’occhio del ciclone.
Per settimane, abbiamo parlato, di quelle che eufemisticamente, possono essere definite difficoltà della maggioranza di governo, o meglio del ministero dei Trasporti a individuare per 14 Autorità portuali del Paese, con presidenti in scadenza o ormai da mesi e anni, sotto gestione commissariale, una guida salda, in grado di dare un senso all’enorme spesa prevista nel Pnrr proprio per porti e logistica e di fertilizzare il terreno per investitori internazionali
Quelli che sembravano incidenti di percorso, come l’indicazione di presidenti senza i requisiti professionali previsti dalla legge, come una gestione “flessibile” dei tempi di approvazione (fissati per legge) dei presidenti designati da parte delle Commissioni Trasporti di Camera e Senato, come l’indicazione di presidenti con potenziali conflitti di interesse, da oggi potrebbero essere brezze di primavera rispetto alle tempeste che stanno per abbattersi sulle banchine italiane.
Ecco le novità. 1) Secondo voci circolate e confermate ieri, il vice-ministro ai Trasporti, Edoardo Rixi, avrebbe deciso di non nominare nessun presidente. Per reggere i porti i presidenti designati (o quasi designati) verrebbero nominati commissari, prolungando ad esempio nel caso di Genova (principale e strategico porto d’Italia) un’agonia commissariale che si protrae ormai da due anni.
Perché di questa scelta: a settembre verrebbe presentata (e l’ipotesi alimenta qualche neppur tanto velata perplessità) la riforma complessiva della portualità della quale si conosce il nome e gli obiettivi, un po’ meno i contenuti e le modalità per modificare almeno tre Codici giuridici, se non anche la Costituzione. La riforma dovrebbe sancire la nascita della Porti d’Italia Spa, una agenzia dotata di pieni poteri su tutta la portualità italiana, sugli investimenti, sulle scelte strategiche, sulle concessioni. Un modello simile a quello spagnolo dei Puertos de Estado, con varianti italiote e con un ridimensionamento brusco dei poteri dei presidenti delle singole Autorità di sintema portuale. Considerando che Puertos de Estado occupa circa 100.000 addetti in gran parte tecnici di alto livello, nel settore dell’ingegneria, dell’amministrazione e dell’attività commerciale, significa che a settembre (con una riforma di cui non si sa nulla) l’Italia dovrà rimboccarsi le maniche per trovare migliaia di tecnici che distinguano una bitta da un fungo. E le difficoltà a trovare 14 presidenti non è un buon viatico.
Seconda notizia non confermata ma data per attendibile: ai vertici della Porti d’Italia Spa (o come si chiamerà) verrebbe chiamato Zeno D’Agostino, già presidente del porto di Trieste, di Assoporti e dell’Associazione dei porti europei, manager incontestabile nel settore della logistica. Ma contestato quando era al timone di Trieste per la scelta di affidare mezzo porto ai cinesi, scelta rientrata dopo un intervento a dir poco a gamba tesa dell’Ambasciata americana e comunque concretizzatasi poi in parte assegnando un terminal importante, alla Hhla di Amburgo che ha una importante quota azionaria sotto controllo cinese. Considerando la delicatezza del momento e dei rapporti Italia-Usa e Trump-Meloni, difficilmente una scelta di questo tipo potrebbe passare sotto…silenzio-assenso.
E forse non è un caso se già ieri negli ambienti di Fratelli d’Italia e di Forza Italia, la scelta della riforma e della Porti d’Italia Spa fosse apertamente criticata, sostenendo la necessità di provvedere invece nei tempi previsti alle nomine dei presidenti dei sinoli porti e poi rinviare la riforma (da fare collegialmente) inclusa la scelta di un amministratore globale di porti (per altro di interesse strategico anche per la Difesa e la Marina) sulla base di un testo meditato e non di una improvvisa accelerazione politica.
E la tempesta in arrivo comincia a produrre le prime raffiche di vento: da almeno un paio di porti, sembrano trapelare segnali di insoddisfazione e di incertezza da parte di potenziali o attuali investitori stranieri che incominciano a considerare a rischio le banchine italiane.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


