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Crisi Suez, la prima vittima è l’auto. Ma anche il Made in Italy rischia grosso

Tesla e Volvo fermano la produzione per qualche giorno, perché mancano le componenti.

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La crisi del Mar Rosso, con gli attacchi sferrati dai ribelli Houthi contro le navi che imboccano il canale di Suez, fa grippare l’industria dell’auto, da sempre tra le più globalizzate nella sua catena di forniture. Ma a tremare è l’export mondiale, made in Italy compreso.

Il segnale di allarme è acceso. Dopo i ritardi denunciati da Ikea e Abercrombie & Fitch a inizio gennaio, ieri Tesla e Volvo si sono viste costrette a bloccare la produzione. Mancano i componenti e così entrambe staccheranno la corrente per qualche giorno.

Nel caso del gruppo di  Elon Musk si tratta della gigafactory di Berlino, l’unica in Europa, dalle cui catene di montaggio arriva su strada la Model M.  Nel caso di Volvo, che fa capo alla cinese Geely, a fermarsi sarà invece l’impianto belga di Gand. Perchè mancano le scatole del cambio, che sono realizzate sotto la Grande muraglia.

Tutte componenti che transitavano lungo il canale di Suez, ma ora i grandi scafi porta container deviano verso l’Africa meridionale, per evitare di essere affondati o comunque danneggiati dai missili degli Houthi. Con l’esito di allungare tutti i tempi di consegna e mettere in crisi la supply-chain, cioè la catena delle forniture.

Una logistica delicatissima e quanto mai complicata. Basti dire che, stando ai calcoli dell’Ispi, sulla rotta Suez-Mar Rosso transita quasi un container su tre su scala mondiale (30%) e circa il 12% dei commerci, per un controvalore di 1.000 miliardi di dollari.

LItalia deve invece al canale circa 40% delle merci esportate e importate via mare, per un controvalore stimato dagli analisti vicino a 150 miliardi. La crisi in corso è quindi un notevole problema per le imprese del made in Italy che vendono i propri prodotti nelle boutique di tutto il mondo: dalla moda all’alimentare.

Naturalmente lo stesso vale per la tecnologia, i farmaci e per il greggio, perché anche la gran parte delle petroliere stanno evitando di transitare nella zona. Visto il lievitare in parallelo delle polizze assicurative. Così il barile passa ormai di mano sui mercati  oltre gli 80 dollari.

Malgrado la dura risposta dell’Occidente sferrata tramite gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, una rapida soluzione della crisi appare al momento quasi impossibile.

Per approfondire leggi anche perché, secondo gli esperti, la crisi di Suez riaccende l’allarme inflazione e tassi. Con lo spettro di una recessione del Pil mondiale.

Il caos forniture, quindi, come minimo lascerà un segno sull’inflazione. Difficile oggi dire quanto sarà marcato, ma le Borse internazionali  già temono che il contraccolpo possa fornire un motivo alla Fed di Jerome Powell e alla Bce di Christine Lagarde per rimangiarsi la promessa di tagliare i tassi di interesse.

 

 

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