
Per primi la avevamo definita “un pasticciaccio brutto”. Ma nelle ultime ore la partita per la nomina dei presidenti di 14 porti italiani, connessa anche a una riforma portuale (ormai fuori qualsiasi tabella di marcia) e un regolamento sulle concessioni demaniali che eufemisticamente “latita”, con tutte le conseguenze giudiziarie che Genova sta sperimentando, può essere sintetizzato solo in un modo: “un gran casino”.
Al punto che resta quasi difficile seguire il filo di un discorso logico in quella che si sta trasformando in una pochade in cui anche i vari organismi dello Stato tendono a sovrapporsi, scavalcarsi, esautorarsi per poi tornare a inseguire il potere. Potere di fare? No. Potere di non fare.
Prendi l’Art e metti il governo da part
Si dice in cauda venenum, e quindi partiamo dalla coda. Art, che nulla ha a che fare con i musei che ospitano opere moderne, ma che sta per Autorità di regolazione dei trasporti, dopo mesi di silenzio che avevano fatto sospettare una sua prematura scomparsa, torna improvvisamente a occupare la scena con un uscita a dir poco a sorpresa. Visto che la riforma dei porti che dovrebbe essere prodotta e che è stata preannunciata per circa due anni dal governo, è ancora al palo, l’ARS, presieduta da Nicola Zaccheo (grande esperto nel settore aeronautico) affiancato da Francesco Parola (professore universitario genovese con una specializzazione spinta in porti e logistica) e dall’ex presidente del porto di La Spezia (quota PD) Carla Roncallo, in una tarda giornata di aprile (il paper è diventato pubblico in queste ore sul sito Shipping Italy) decide di alzarsi dalla panchina, smettere la tuta da riscaldamento e scendere in campo: la riforma la facciamo noi.
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E presenta un documento articolato in cui si affronta in particolare il tema scottante delle concessioni, vera e propria mina sotto la gestione non solo dell’Autorità portuale genovese, ma potenzialmente di una buona maggioranza dei porti italiani.
Alla faccia di in cauda venenum. Il documento di Art suona come una certificazione per il ministero dei Trasporti: visto che voi non sapete farla, la riforma dei porti la prepariamo noi.
E il timing non è certo casuale: nella città-porto più importante, Genova, la sinistra si è ripresa il Comune che salvo rarissime eccezioni è sempre stato suo dal dopoguerra a oggi e la nuova Sindaco, Silvia Salis, si è insediata con un corteo (incluso bambino in braccio e Bella Ciao) degno dell’iconografia del Quarto Stato.
E a livello nazionale (noi perfidi pessimisti lo avevamo previsto), le cose vanno peggio.
E se tutto passerà al Consiglio dei Ministri?
Dalla indicazione da parte del ministero dei Trasporti del nome del nuovo presidente designato di un’Autorità portuale, una volta incassato l’assenso del Presidente della Regione competente, dovrebbe trascorrere un massimo di 30 giorni per ottenere l’assenso delle Commissioni Trasporti del Senato e della Camera. Ma è sufficiente curiosare sul sito della Camera, Commissione Trasporti, per scoprire che alcune nomine sono state iscritte all’ordine del giorno addirittura a inizio aprile (prima fra tutte quella di Matteo Paroli per il porto di Genova) ma tutte risultano “in corso di esame”. Comprese quelle oggetto di polemiche (il riferimento a Taranto e ai requisiti di eleggibilità ricondotti alla patente nautica del candidato sono evidenti).
E allora spunta fuori la proposta del Presidente della Commissione Trasporti del Senato. Tradotta in vulgaris il presidente Claudio Fazzone propone che, visto che tutte le 14 nomine presidenziali, sono ancora in ballo, unifichiamole e esaminiamole tutte insieme.
E qui subentra il fattore tempo: se questa proposta allunga ancora i tempi e se taluni contrasti con Presidenti delle Regioni (vedi Sicilia che per altro ha una maggioranza governativa) non saranno superati, il Governo potrebbe avvalersi della norma estrema: non c’è più tempo, non ci mettiamo d’accordo, le nomine le fa il Consiglio dei ministri su proposta diretta del ministro dei Trasporti, Matteo Salvini.
In altre parole: l’Autorità dei trasporti scavalca il ministero e il governo, a sua volta si prepara a scavalcare il Parlamento. Una catena di Sant’Antonio che fra uno scavalcamento e l’altro vedrà alzarsi il dossier dei ricorsi rilanciando il super potere vero, quello della magistratura all’insegna della grande balcanizzazione dei poteri.
E mentre all’orizzonte si torna a parlare di una Authority unica che compia le scelte importanti, lasciando ai presidenti in loco la gestione dell’ordinaria amministrazione (con il problemino non marginale di trovare l’uomo al quale affidare questo super-potere portuale) il risultato è per ora uno solo: su 14 porti, in “scadenza come lo yogurt” neanche uno ha un presidente certo.