Risparmi e investimenti

L'ANALISI

Previdenza complementare, cosa cambia dal 31 ottobre

Si avvicina la portabilità dei contributi. Ecco perché i costi pesano più dei rendimenti nel lungo periodo

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Quando si parla di previdenza complementare, la tentazione è sempre quella di concentrarsi sui rendimenti. Eppure, una delle regole fondamentali dell’economia aziendale insegna che «i ricavi si sperano, ma i costi si governano». Applicando questo principio alle pensioni integrative, i rendimenti futuri rimangono una promessa legata alle oscillazioni dei mercati, mentre i costi applicati dal fondo rappresentano una certezza matematica. Concentrarsi sulla riduzione delle spese di gestione è l’unico modo sicuro per proteggere la redditività del capitale sul lungo termine, prima ancora di aver incassato il primo euro di profitto.

La ricerca del fondo che ha ottenuto le migliori performance può certamente essere utile, ma presenta un limite evidente: si basa sul passato e non offre garanzie sul futuro. Al contrario, individuare una soluzione con costi contenuti è più semplice e può produrre effetti rilevanti nel lungo termine. Non a caso, la stessa Autorità di Vigilanza evidenzia come una riduzione dei costi pari a un punto percentuale possa tradursi, nell’arco di 35 anni, in una pensione superiore del 20%.

La novità della legge di Bilancio 2026

Il tema assume ancora maggiore rilevanza alla luce delle novità introdotte dalla legge di Bilancio 2026. La norma prevede infatti, per la prima volta, la possibilità per i lavoratori dipendenti di trasferire la propria posizione pensionistica complementare da un fondo negoziale di categoria a un’altra forma di previdenza complementare, includendo anche il contributo del datore di lavoro.

Si tratta di una modifica significativa perché il contributo datoriale rappresenta mediamente circa il 20% della contribuzione complessiva, considerando il versamento dell’azienda, quello del lavoratore e il conferimento del Tfr. Fino a oggi questo beneficio era sostanzialmente legato alla permanenza nel fondo negoziale previsto dal contratto collettivo di riferimento.

Dal 31 ottobre si apre la mobilità del contributo datoriale

Dal prossimo 31 ottobre 2026, una volta completata la regolamentazione da parte della Covip, sarà dunque possibile trasferire anche il contributo del datore di lavoro verso altre forme pensionistiche complementari. Come spesso accade con riforme così strutturali (che toccano circa 80 miliardi di euro di patrimonio e gli interessi contrapposti di fondi negoziali, banche e assicurazioni), i tempi tecnici per trovare un accordo sulle modalità operative si sono rivelati stretti. Di conseguenza, il governo ha ufficialmente rinviato la partenza della portabilità del contributo datoriale rispetto alla data inizialmente fissata per il primo luglio.

La novità potrebbe generare importanti movimenti di risorse nel settore. Finora il contributo datoriale rappresentava un elemento che rendeva più difficile l’uscita dai fondi negoziali. Con la rimozione di questo vincolo, banche e compagnie assicurative avranno maggiori possibilità di attrarre aderenti verso fondi aperti e Piani Individuali Pensionistici.

Le dimensioni del fenomeno sono considerevoli. I fondi negoziali raccolgono infatti oltre 4 milioni di lavoratori aderenti, gestiscono circa 80 miliardi di euro di patrimonio e ricevono quasi 8 miliardi di euro di contributi ogni anno, pari a circa la metà dei flussi complessivi della previdenza complementare.

I rendimenti dei fondi: il confronto tra le diverse gestioni

Osservando i dati medi delle diverse forme pensionistiche emerge un quadro meno scontato di quanto si possa immaginare. Nei comparti obbligazionari, i fondi negoziali hanno registrato i rendimenti netti più elevati su tutti gli orizzonti temporali considerati, dall’ultimo anno fino al decennio.

Nelle gestioni bilanciate e azionarie, invece, le differenze tra fondi negoziali e fondi aperti risultano molto più contenute nel lungo periodo. In particolare, sui dieci anni non emergono scostamenti sostanziali tra le due categorie. Un elemento rilevante è che le gestioni bilanciate e azionarie sono riuscite a superare il rendimento del Tfr anche dopo le forti tensioni inflazionistiche registrate all’inizio del decennio.

Per quanto riguarda i comparti garantiti, i risultati appaiono sostanzialmente simili tra le diverse forme di previdenza complementare, indipendentemente dall’orizzonte temporale analizzato.

Fondi negoziali, fondi aperti e Pip

Se sul fronte dei rendimenti il confronto appare articolato, sui costi le differenze risultano molto più evidenti. L’indicatore sintetico dei costi (Isc), che misura l’impatto medio annuo di tutte le spese sostenute dall’aderente, mostra infatti uno scarto significativo tra le varie tipologie di fondi.

I fondi negoziali presentano generalmente livelli di costo contenuti e relativamente omogenei tra le diverse linee di investimento. Diversa la situazione per i fondi aperti e soprattutto per i Pip (cioè i Piani Individuali Pensionistici, ossia i Fondi pensione privati), dove i costi tendono a crescere all’aumentare della componente azionaria.

Particolarmente emblematico è il caso dei comparti obbligazionari dei Pip, caratterizzati da un Isc medio dell’1,94%. In uno scenario di rendimento netto del 3%, una quota molto rilevante del guadagno verrebbe assorbita dai costi, lasciando all’aderente poco più di un punto percentuale di rendimento effettivo.

Perché i rendimenti sono difficili da prevedere

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la persistenza delle performance nel tempo. In teoria, un fondo che ottiene risultati eccellenti in un determinato periodo dovrebbe confermarsi anche negli anni successivi. Nella pratica, però, accade spesso il contrario.

Le classifiche dei rendimenti cambiano frequentemente e il fondo che guida la graduatoria in un anno può ritrovarsi molto più indietro nei periodi successivi. Il gestore che ha brillato nel triennio appena concluso non è necessariamente lo stesso che aveva dominato il triennio precedente, né quello che si affermerà nel prossimo ciclo di mercato.

Questa elevata variabilità conferma uno dei principi più noti della finanza: le performance passate non sono indicative dei risultati futuri. Proprio per questo motivo risulta estremamente complesso costruire una scelta previdenziale basandosi esclusivamente sui rendimenti storici.

I costi sono molto più stabili nel tempo

Se i rendimenti mostrano una forte volatilità nelle classifiche, il discorso cambia radicalmente quando si osservano i costi. Le analisi evidenziano infatti una marcata stabilità: i fondi che risultano più convenienti in un determinato periodo tendono a mantenere questa caratteristica anche negli anni successivi.

La persistenza dei costi rappresenta quindi un elemento molto più prevedibile rispetto alla persistenza delle performance. Ed è proprio questo il punto centrale che i lavoratori dovrebbero considerare nella nuova fase di maggiore mobilità introdotta dalla normativa.

Affidarsi esclusivamente a rendimenti passati particolarmente brillanti può generare aspettative destinate a essere deluse, mentre i costi applicati dal fondo incidono con certezza sulla redditività futura. Ogni punto percentuale di spesa sottrae infatti rendimento netto al patrimonio accumulato e produce effetti che si amplificano nel corso dei decenni.

Una scelta sempre più importante per i lavoratori

L’apertura del mercato della previdenza complementare a una maggiore concorrenza rappresenta un cambiamento significativo per milioni di lavoratori italiani. Da un lato aumentano le opportunità di scelta, dall’altro cresce la necessità di valutare con attenzione le caratteristiche dei diversi strumenti disponibili.

In questo contesto, il messaggio che emerge dall’analisi è chiaro: i rendimenti possono cambiare rapidamente, mentre i costi tendono a rimanere stabili nel tempo. Per chi costruisce oggi la propria pensione integrativa, osservare con attenzione le spese applicate potrebbe rivelarsi una strategia più efficace rispetto alla rincorsa del fondo che ha ottenuto la performance migliore nell’ultimo periodo.

Enrico Foscarini, 6 giugno 2026

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