
Bruxelles ha premuto il tasto pausa, ma è un eufemismo: la direttiva Green Claims, cavallo di battaglia dell’ideologia ambientalista europea, è stata ufficialmente ritirata. Lo stop arriva dopo settimane di pressioni crescenti da parte dei gruppi conservatori e dei governi nazionali – Italia in primis – stanchi di una visione ecologista sempre più punitiva verso chi produce e lavora.
Lo stallo che ha fatto saltare tutto
Nessun incontro, nessun negoziato. Doveva essere il vertice decisivo per la direttiva contro il greenwashing, ma la presidenza polacca ha annullato tutto. “Ci sono troppi dubbi”, ha spiegato Varsavia, chiedendo chiarezza alla Commissione europea. Un messaggio chiaro: non si può legiferare a colpi di slogan ambientalisti se non si ascoltano le imprese.
Le microimprese nel mirino
Al centro della tempesta, l’inclusione di oltre 30 milioni di microimprese europee – il 96% del tessuto produttivo – tra gli obbligati alla verifica scientifica delle dichiarazioni ambientali. Una follia burocratica che avrebbe colpito anche artigiani, commercianti e piccole imprese familiari, già soffocate da oneri e regolamenti europei. Il governo italiano, inizialmente silente, ha infine detto basta. Un dietrofront decisivo per rompere l’equilibrio fragile in seno al Consiglio Ue.
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Reazioni: il fronte della realtà
Mentre i relatori europei di area liberale e socialista parlano di “atto inaccettabile” e accusano la Commissione di essere “ostaggio del PPE”, le voci di imprenditori e rappresentanti del centrodestra celebrano la scelta. “Capiamo il nervosismo dei relatori, che fino ad oggi hanno portato avanti politiche green insostenibili, ma c’è un’ampia maggioranza di Paesi che vorrebbe rivedere quelle scelte, in linea con quanto chiesto dagli elettori nelle urne”, hanno replicato Stefano Cavedagna e Pietro Fiocchi parlamentari Ue di Fdi. Letizia Moratti, europarlamentare di Forza Italia, parla di “una normativa sbilanciata e punitiva, senza eguali nemmeno nei settori più delicati come la salute”.
Una svolta necessaria
Il passo indietro della Commissione è un gesto politico forte. Per una volta, ha prevalso il buonsenso. La transizione ecologica non può essere una trappola per piccole aziende, né una guerra ideologica combattuta con obblighi impossibili. Contrastare il greenwashing sì, ma con regole applicabili e proporzionate.
Questa battuta d’arresto non è un fallimento, ma una correzione di rotta che fa ben sperare per un ripensamento del Green Deal nel suo complesso. Serve una normativa che premi chi è davvero sostenibile, senza affondare chi non può permettersi l’ennesima carta bollata. Un’Europa pragmatica – dove non siano politici come il verde Angelo Bonelli a dettare legge – è ancora possibile. E oggi, forse, si è fatto un passo in quella direzione.
Enrico Foscarini, 24 giugno 2025