
La legge di Bilancio 2024, unita all’impennata inflazionistica, ha inciso in modo significativo sulle pensioni medio-alte. Secondo l’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate “La svalutazione delle pensioni in Italia”, promosso da Itinerari Previdenziali e Cida, nei prossimi dieci anni le perdite legate alla mancata rivalutazione potrebbero superare i 13.000 euro e arrivare fino a 115.000 euro per chi percepisce assegni oltre i 10.000 euro lordi.
I dati chiave
Lo studio ha stimato che negli ultimi 14 anni le pensioni medio-alte hanno perso oltre il 21% del potere d’acquisto. Una pensione da 10.000 euro lordi al mese (6.000 netti) ha lasciato sul campo quasi 178.000 euro, mentre un assegno da 5.500 euro lordi (3.400 netti) ha perso circa 96.000 euro. Inoltre, 1,8 milioni di pensionati con redditi oltre i 35.000 euro, pari al 14% del totale, garantiscono da soli il 46,33% dell’Irpef dell’intera categoria. Nonostante questo, sono proprio loro a subire i tagli più pesanti e le rivalutazioni più penalizzanti.
Le critiche di Cida
«In trent’anni le pensioni medio-alte hanno perso oltre un quarto del loro potere d’acquisto: una pensione da 10 mila euro lordi al mese ha visto svanire quasi 180 mila euro, l’equivalente di un anno intero di assegno», ha dichiarato Stefano Cuzzilla, presidente di Cida.
Secondo Cuzzilla, «è il simbolo di un sistema che punisce chi ha dato di più, mortifica i contribuenti più fedeli e incrina il legame di responsabilità tra generazioni».
Pensioni come salario differito
Cuzzilla ha ricordato che «le pensioni non sono un privilegio, sono salario differito, il frutto di una vita di lavoro e tasse pagate. Sono anche il più grande patto intergenerazionale che un Paese possa stipulare: chi lavora oggi sostiene chi ha lavorato ieri, nella certezza che domani il proprio impegno sarà riconosciuto».
Per questo, ha chiesto «una scelta politica chiara: regole stabili, certezza del diritto e rispetto del merito. Perché senza fiducia non può esserci futuro né per i pensionati né per i giovani che oggi contribuiscono al sistema».
La posizione di Itinerari previdenziali
Dal canto suo, Alberto Brambilla, presidente del Centro studi Itinerari Previdenziali, ha sottolineato la fragilità dei pensionati di fronte al carovita: «Rispetto alle persone in età attiva, i pensionati hanno meno possibilità di difendersi dall’inflazione, tanto che il mantenimento del loro potere d’acquisto è affidato quasi esclusivamente ai meccanismi di indicizzazione: ecco perché sarebbe innanzitutto importante avere regole stabili nel tempo e, ancora di più, eque».
Il nodo della perequazione
Brambilla ha evidenziato una distorsione tecnica: «Cosa ancora più grave è che la perequazione sfavorevole è stata applicata sull’intero reddito pensionistico e non per scaglioni».
Così, ad esempio, nel 2023 un pensionato con rendita tra 2.627 e 3.152 euro ha ricevuto una rivalutazione al 4,3%, a fronte di un’inflazione effettiva dell’8,1%.
La contraddizione del sistema
Cuzzilla ha denunciato anche una forte disparità: «1,8 milioni di pensionati con redditi da 35 mila euro in su, poco meno del 14% del totale, garantiscono da soli il 46,33% dell’Irpef dell’intera categoria, eppure sono proprio loro i più colpiti dai tagli e dalla mancata rivalutazione. Al contrario, chi ha versato pochi o nessun contributo è stato pienamente tutelato dall’inflazione. È un autentico rovesciamento del principio di equità!».
Fiducia e prospettive future
Nella parte finale del suo intervento, Cuzzilla ha richiamato la necessità di stabilità normativa e di un ruolo più incisivo della magistratura: «La fiducia del sistema previdenziale si regge sulla certezza del diritto e sulla stabilità delle regole. Colpire chi ha versato quarant’anni di contributi significa rompere il patto sociale e generazionale».
E ha concluso: «Non è un caso che la Corte Costituzionale abbia richiamato l’attenzione del legislatore su questi squilibri, e che il Tribunale di Trento abbia appena rinviato la questione per un nuovo esame. È un segnale che ci dà un cauto ottimismo: rimediare è possibile».
Enrico Foscarini, 17 settembre 2025
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