Con l’ultima proposta di revisione della Climate Law e l’introduzione del cosiddetto “Clean Industrial Deal“, la Commissione Europea compie un ulteriore salto nel vuoto ideologico. Invece di fare autocritica per le disastrose conseguenze delle politiche green degli ultimi anni, Bruxelles rincara la dose: entro il 2040 le emissioni nette dovranno essere tagliate del 90% rispetto ai livelli del 1990. Un obiettivo irrealistico, tecnicamente incerto, economicamente devastante e politicamente suicida.
Un regolamento già asfissiante… peggiorato
Il Regolamento UE 2021/1119 (la cosiddetta Climate Law), già di per sé uno dei più severi al mondo, fissava l’obiettivo vincolante della neutralità climatica entro il 2050 e un taglio del 55% delle emissioni entro il 2030. La nuova proposta della Commissione (COM/2025/524) introduce un target intermedio al 2040 con riduzione del 90%, mantenendo come “vincolo legale” l’intera struttura normativa.
Ma cosa c’è di nuovo (e peggio) nella proposta?
- Intoccabilità dell’ideologia: il testo è chiarissimo. Non si mettono in discussione né obiettivi, né approccio, né strumenti. Il dogma green non si tocca. Viene confermata l’intera architettura ETS, con lievi “flessibilità” solo apparenti.
- Uso marginale dei crediti internazionali: la tanto annunciata “flessibilità” si limita all’utilizzo, dal 2036, di crediti di carbonio internazionali per un misero 3% delle emissioni del 1990. Una percentuale che penalizza soprattutto gli Stati più in difficoltà a raggiungere i target.
- Compensazioni settoriali: viene introdotta la possibilità di “compensare” un settore in ritardo con i risultati di un altro. Una logica contabile più che ambientale che rischia di falsare completamente il senso del bilancio emissivo.
- Rimozioni tecnologiche obbligatorie: si apre all’inclusione nel mercato ETS delle “rimozioni permanenti” (es. DACCS, BioCCS) per compensare le emissioni residue. Tecnologie ancora sperimentali, costosissime e non disponibili su larga scala.
- Costi scaricati sulle PMI: nel nome della “giusta transizione”, si afferma l’intenzione di sostenere le imprese, ma nei fatti si moltiplicano vincoli e oneri per quelle realtà industriali che non hanno accesso al credito verde o alle sovvenzioni pubbliche.
Il “Clean Industrial Deal”: un’illusione burocratica
Il cosiddetto “Clean Industrial Deal” (COM(2025)378) viene presentato come la panacea per salvare competitività e ambiente. Nei fatti, è un mastodontico pacchetto di sussidi e vincoli, destinato a burocratizzare ulteriormente il sistema industriale europeo.
Alcune delle perle del documento:
85 miliardi di aiuti di Stato “semplificati” concessi entro giugno 2025, con regole ancora più flessibili per sostenere industrie “verdi” selezionate.
Nuova banca per la decarbonizzazione industriale: un progetto da 1 miliardo di euro in fase pilota, che rischia di diventare l’ennesimo fondo a pioggia inefficiente e clientelare.
Sgravi fiscali per tecnologie green: solo per chi rispetta requisiti rigidi e costosi, tagliando fuori le PMI non specializzate.
Esenzione dal CBAM per il 90% degli importatori… ma non per gli esportatori europei, che rischiano il cosiddetto carbon leakage, ossia lo spostamento delle emissioni in zone con regole meno stringenti che si avvantaggiano dell’asimmetria regolamentare.
Tutto questo viene venduto come “semplificazione”, ma di fatto si tratta dell’ennesima proliferazione di norme, requisiti, soglie, scadenze, incentivi condizionati e meccanismi di controllo centralizzati.
Leggi anche:
- Follia Ue green, dite addio alle caldaie (a spese nostre)
- Il letame sta conquistando l’Europa
- L’Europa s’è rotta del fanatismo green
Reazioni italiane: il buon senso contro l’utopia
Durissime le reazioni di Lega e Forza Italia, che denunciano l’impatto devastante di queste misure:
Lega: “Von der Leyen vuole distruggere l’industria italiana ed europea. […] All’Europa non servono estremismi ideologici, ma buonsenso e concretezza”.
Forza Italia (Martusciello e Salini): “Una proposta di legge anacronistica. […] Questo tetto del 3% per i crediti internazionali è un elemento penalizzante. […] Bisogna garantire strumenti concreti per bilanciare ritardi settoriali”.
La realtà è che la UE continua ad agire come se il mondo non fosse cambiato: crisi energetiche, inflazione, guerra in Ucraina, deindustrializzazione. Nessuna di queste variabili pare influenzare l’approccio dogmatico green dell’apparato europeo.
Una strategia al limite dell’autolesionismo
La revisione della Climate Law e l’intero Clean Industrial Deal rappresentano l’ennesima fuga in avanti ideologica che rischia di affondare la manifattura europea sotto il peso di obiettivi irraggiungibili e tecnologie non ancora mature. La Commissione von der Leyen pare più interessata a compiacere lobby ambientaliste e mercati finanziari “sostenibili” che a tutelare il lavoro, le imprese e il buon senso.
Le “transizioni” non si fanno a suon di diktat da Bruxelles. Si fanno con pragmatismo, gradualità e ascolto del territorio. Tutto ciò che questa legge non prevede.
Enrico Foscarini, 3 luglio 2025
Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


