Cronaca

Eh no, cara Schlein guarda qui: i Pro Pal si “criminalizzano” da soli

Scontri, devastazioni, blocchi stradali: da Milano a Brescia, da Bologna a Marghera, la narrazione della “protesta pacifica” non regge più

schlein pro pal
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Dicono che sia “solo una frangia”, che “le proteste pro Pal sono per lo più pacifiche”, che “non bisogna generalizzare”. Ecco, cominciamo col dire una cosa semplice: quando una presunta frangia inizia a spaccare vetrine, assaltare stazioni, bloccare autostrade, lanciare bottiglie contro la polizia e trasformare i centri cittadini in campi di battaglia, forse è arrivato il momento di accendere la luce e smettere di raccontarsela. Perché a forza di minimizzare, di cercare sempre una giustificazione “politicamente corretta” alle degenerazioni, si finisce per legittimarle.

Partiamo da quanto accaduto ieri. A Milano non si vedeva un simile spettacolo da dieci anni, da quando nel 2015 i No Expo devastarono la città in nome della solita “lotta globale”. Con la scusa dello “sciopero generale per Gaza”, Milano è diventata il teatro di un assalto violento e organizzato, culminato in una guerriglia urbana intorno e dentro la Stazione Centrale. Bastoni, transenne, perfino i cestini della spazzatura come arieti per sfondare le vetrate della stazione. Si sono appropriati persino degli idranti della polizia. Altro che protesta pacifica. Sessanta agenti feriti, ventitre finiti in ospedale.

Cinque le persone arrestate. Tre maggiorenni — due ragazze e un ragazzo, tutti intorno ai vent’anni — più due minorenni che, come da prassi, passano sotto il radar della Procura per i minori. Ma la notizia non è solo questa. È che non si tratta di qualche ragazzino in vena di slogan. Le due giovani, ben note negli ambienti dei centri sociali, non stavano certo leggendo poesie per la pace: sono accusate di resistenza aggravata, e andranno dritte davanti al giudice per direttissima.

Il ragazzo, invece, è messo ancora peggio. Anche per lui l’accusa è di resistenza aggravata, ma si aggiungono le lesioni e l’aggravante prevista dal “decreto sicurezza”, quello tanto criticato da chi oggi urla contro la “repressione”. Tradotto: avrebbe aggredito le forze dell’ordine. Il pm Elio Ramondini non l’ha presa alla leggera: ha chiesto la convalida dell’arresto e una misura cautelare. Il ragazzo è ancora in carcere. L’udienza è prevista nei prossimi giorni davanti al gip.

E che non si dica che si tratta di un incidente isolato. Mentre a Milano andava in scena la battaglia urbana, a Brescia, altro corteo, stesso copione: tentativo di sfondamento verso la stazione, cariche, lacrimogeni, bottiglie e perfino un cestino lanciato contro gli agenti. A Torino si è pensato bene di bloccare l’imbocco dell’autostrada A4. Un automobilista, forse spaventato, forse solo stufo, accelera: l’auto viene colpita a calci e pugni dai manifestanti. In altre parole, chi non si piega al blocco, viene punito. Democrazia in salsa miliziana.

A Bologna e a Marghera, stesso scenario: tensioni, arresti, disordini. A Bologna la polizia arresta quattro persone, tra cui un minorenne. Due denunciate per blocco stradale — sì, perché hanno pensato bene di fermare l’autostrada e pure la tangenziale — e altre tre per resistenza e lesioni. A Marghera, il tentativo di invadere l’area portuale viene sedato solo con l’uso degli idranti. Ma certo, tutto “in nome della pace”.

Passiamo a quello che è accaduto negli ultimi mesi, a partire da Milano. Lo scorso 12 aprile, durante una delle tante manifestazioni “solidali”, a Piazzale Lagosta, non siamo davanti a un sit-in con candele e cartelli. No: qui volano bottiglie, si spaccano bancomat, si rompono le vetrine di un supermercato. E quando la polizia interviene per riportare l’ordine, la narrativa diventa sempre la stessa: “repressione”. Se invece di Milano si fosse trattato di un presidio contro le tasse o contro il green pass, si sarebbe parlato di “squadrismo”.

A Torino, durante il Salone del Libro, un’altra occasione “pacifica” si è trasformata in tentativo d’assalto al Lingotto. Scalate ai cancelli, transenne divelte, cori aggressivi, scontri con le forze dell’ordine. Ma anche qui, tutto derubricato a “tensione momentanea”. Del resto, se si fa in nome di una causa considerata moralmente superiore, allora ogni violazione sembra giustificabile. Provate voi a farlo per qualcos’altro, magari per difendere la libertà d’espressione o per protestare contro l’islamismo radicale: vedrete quanto dura il vostro “diritto alla protesta”.

Non finisce qui. Lo scorso ottobre, a Roma, scene di guerriglia urbana: bombe carta, pali della segnaletica divelti usati per sfondare il cordone delle forze dell’ordine, sassi e bottiglie contro la polizia. Bilancio di trentaquattro agenti feriti, tra cui un dirigente della Polizia di Stato con un bacino fratturato.

Il punto è questo: si è superato da un pezzo il confine tra protesta e violenza politica. E non basta più dire che si tratta di “pochi elementi”. Quando queste dinamiche si ripetono in più città, in più occasioni, e secondo schemi ben precisi — corteo, tensione, scontro — allora non si tratta di una casualità. È metodo. È scelta. E fa comodo a molti che resti così, perché fa paura prendere una posizione chiara. Fa paura dire che dietro a certe manifestazioni si muove un apparato organizzato, politicizzato, ideologico, che non ha alcuna intenzione di mantenere la protesta entro i limiti democratici.

C’è poi un’altra bugia che viene ripetuta con fastidiosa costanza: “in fondo sono proteste spontanee, piene di studenti idealisti e attivisti pacifici”. Vero, ci saranno pure. Ma accanto a loro, o meglio: davanti a loro, c’è chi pianifica, chi istiga, chi usa la causa palestinese come paravento per portare avanti un’agenda completamente diversa, fatta di attacco all’Occidente, delegittimazione delle istituzioni, odio anti-polizia, e una buona dose di antisemitismo travestito da antisionismo.

Leggi anche:

E non è solo una questione di scontri. Si blocca tutto: autostrade, tangenziali, ferrovie. Con la scusa della protesta si paralizza un Paese. Ma guai a dire che è un ricatto. Guai a dire che così si mettono in ostaggio lavoratori, studenti, malati, gente che vorrebbe solo tornare a casa. Perché se osi dirlo, sei un nemico del progresso, un servo del colonialismo, un reazionario. La nuova morale pubblica è questa: tutto è concesso, basta mettersi la kefiah e urlare slogan contro Israele.

E c’è anche la caccia al “nemico interno”: giornalisti, intellettuali, politici accusati di sionismo, delegittimati, aggrediti verbalmente, fisicamente isolati. Succede nei cortei, succede nelle università, succede nei dibattiti pubblici. Ma anche qui, il riflesso automatico è quello della minimizzazione: “sono giovani, stanno esprimendo dissenso, è la rabbia degli oppressi”. No, è semplicemente intolleranza mascherata da militanza.

La verità, che in pochi vogliono ammettere, è che questa non è più protesta, è propaganda. È un meccanismo ben oliato che si nutre di vittimismo, agita la bandiera della causa palestinese per rendere accettabile ogni forzatura, ogni violenza, ogni abuso. È una macchina ideologica che ha imparato benissimo come piegare l’opinione pubblica: guai a criticarla, perché passi subito per complice del genocidio. Guai a chiederne il conto, perché diventi “fascista”.

E la politica? La politica balbetta. A sinistra chi dovrebbe difendere l’ordine democratico si nasconde dietro dichiarazioni di “equilibrio” e “dialogo”, mentre chi organizza si lava le mani: “non è colpa nostra se poi qualcuno esagera”. Intanto, però, le città si trasformano in teatri di guerriglia e i manifestanti pacifici sembrano sempre meno interessati a dissociarsi davvero. Troppo comodo. Basti pensare a Elly Schlein: “La stragrande maggioranza ha scioperato e manifestato in modo pacifico: dico al governo, smettetela di criminalizzare ogni forma di dissenso, l’Italia non vuole essere complice dei crimini di Netanyahu”. E ancora: “Ieri Meloni ha chiesto di condannare la violenza delle piazze. Noi la violenza la condanniamo sempre. Stiamo aspettando che Meloni condanni i crimini di Netanyahu”.

No, non è più tempo di raccontarsela. Chi scende in piazza e poi lancia bottiglie alla polizia, devasta spazi pubblici, impedisce il traffico e aggredisce chi la pensa diversamente non sta protestando: sta esercitando una forma di violenza politica che andrebbe trattata per quello che è. E chi continua a coprire tutto questo con la foglia di fico della “frangia minoritaria” o della “protesta pacifica” sta semplicemente facendo il gioco di chi vuole normalizzare l’intolleranza.

Franco Lodige, 23 settembre 2025

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Lo sapevi che...

Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it
L'inferno è pieno di buone intenzioni

SEDUTE SATIRICHE

Lui conserva tutto - Vignetta del 16/05/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

Lui conserva tutto

Vignetta del 16/05/2026