Giustizia

Eh no caro Galoppi, la separazione delle carriere non è un dettaglio

Separazione delle carriere e sorteggio del CSM: un’analisi critica delle obiezioni al referendum

Galoppi Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Son sempreverdi le favole di Esopo, massimamente quella del lupo che accusa l’agnello di inquinargli l’acqua, sebbene bevano questi a valle e quello a monte. Il mondo è fatto anche così: chi vuol fare un torto, trova sempre una scusa.

Con animo proattivo e costruttivo, avevo letto le 5 motivazioni del Comitato per il No al referendum, 4 delle quali abbiam visto essere false.

Una sola motivazione è vera, e cioè: «la riforma costituzionale non risolve tutti i problemi della giustizia»; ma non è una motivazione perché non è intenzione della riforma risolvere tutti i problemi della giustizia, ma uno solo, e cioè attuare in modo ancora più compiuto il principio del giusto processo, come da dettato dell’art. 111 della Costituzione: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale».

Pensavo di aver concluso la questione, ma sono stato ingenuo: come il lupo, quelli del Comitato adducono altre scuse, col che ci tocca tornare sull’argomento. Lo scorso venerdì 6 febbraio, nei suoi preziosi “Dieci minuti” dopo il Tg4, Nicola Porro intervistava Claudio Mario Galoppi, Segretario dei Magistrati indipendenti, persona molto garbata che però tradiva, dietro il garbo, grande debolezza di argomentazione.

Alla prima domanda che Porro gli poneva – «sarebbe così grave separare le carriere?» – Galoppi rispondeva: «mi faccia invece dire un’altra cosa», cioè evitava di rispondere, col che offriva, a me ascoltatore, un ottimo motivo per votare Sì.

Ecco però «l’altra cosa» che il magistrato aveva da dire: «Questa riforma ai cittadini interesserà fino ad un certo punto, la questione della separazione delle carriere è solo apparente, perché le funzioni sono già separate. Né esiste rischio di appiattimento del Giudice sul Pm: non si può pensare che il Giudice decida in base all’amicizia col Pm».

Caro Galoppi, con tutto il rispetto, lei l’ha detta un po’ grossa. Lei sta puntando il dito contro la Costituzione “più bella del mondo” (copyright Roberto Benigni), giacché è proprio essa a prevedere una obbligatoria consultazione popolare su una questione della quale al popolo, secondo lei, non gliene può fregar di meno. Io avrei avuto maggior rispetto e della Costituzione e del popolo; al quale, invece io credo, la cosa interessa moltissimo (e, comunque, a me interessa moltissimo).

Io non so di diritto, ma leggo l’italiano e temo che lei stia confondendo la separazione delle carriere con la separazione delle funzioni. Quest’ultima c’è già in ogni singolo processo (e ogni singolo processo è la cosa che conta).

Invece, è la non ancora perfetta e compiuta separazione delle carriere (ove Pm e giudici hanno unico concorso, unico Csm – cioè unico organo controllore e unico organo regolatore) ciò che comporta quell’appiattimento del giudice sul Pm, che lei invece nega sussistere e che i fatti confermano sussistere.

Ne dico due che ho trovato da analisi convergenti di varie fonti (Ministero, Cassazione, Eurispes):

  • Quasi il 95% delle richieste di rinvio a giudizio dei Pm sono accolte dal Gup; ma, in primo grado, si conclude con la condanna solo il 60%, o ancora meno se si tiene conto delle assoluzioni nelle impugnazioni ai gradi successivi.
  • Tipicamente, la percentuale dei ricorsi che la Cassazione giudica inammissibile è di oltre il 70% quando il ricorrente è la parte privata, ma è del 30% quando il ricorrente è il Pm.

Da entrambi gli esempi si evince la marcata tendenza del Giudice ad “appiattirsi” – tanto per usare le sue parole – sul Pm. Ma la cosa avviene non per “amicizia” – la preoccupazione che secondo lei turberebbe i sostenitori del Sì. L’appiattimento avviene per convenienza. Intendiamoci, non è una convenienza intenzionalmente viziosa, e nessuno mette in dubbio la correttezza professionale dei magistrati.

È una convenienza naturalmente viziosa, visto che, come detto, i due – Pm e Giudice – sono, di fatto, colleghi: stesso concorso, stesso organo regolatore, stesso organo controllore. Insomma, la commistione tra Pm e Giudici è un baco sistemico.

Galoppi sostiene che l’altro elemento spurio nella riforma sarebbe la formazione dei due Csm per sorteggio, adducendo che esso sarebbe «contrario a due principi: la meritocrazia e la responsabilità». E qui non lo seguo: il sorteggio è eseguito tra i meritevoli a far parte del Csm, cosicché la meritocrazia è preservata. E lo è nella stessa misura in cui lo è oggi, posto che oggi si diventa membro del Csm non per concorso, per titoli o attraverso una qualche competizione che valuti i meriti, ma per elezione.

E si viene eletti se si ha il sostegno della corrente, tutta politica, cui si appartiene. Peggio: un magistrato che volesse restare indipendente e non aderire ad alcuna corrente politica ha, di fatto, zero possibilità di essere eletto nel Csm.

Il che è pure paradossale: si strilla per l’indipendenza della magistratura, ma si penalizza chi ha la presunzione di volerlo veramente essere. Un film, devo dire, che ho già visto all’università.

Il sorteggiato sarebbe sollevato da ogni responsabilità, aggiunge Galoppi, «perché non deve rendere conto a nessuno». Effettivamente, attualmente i membri del Csm, che hanno potere sulle carriere e sui provvedimenti disciplinari di chi li ha votati e di chi non li ha votati, è a questi che devono render conto: i controllati si scelgono i propri controllori.

Con la riforma, i membri dei due Csm devono rispondere solo alla loro coscienza e professionalità, e l’organo di controllo è non esterno ma ancora tutto interno alla magistratura, la cui indipendenza è quindi preservata in pieno.

Allora, essere nel Csm senza dover render conto a nessuno – più precisamente, senza essere debitore verso nessuno – è invece la perfetta posizione che garantisce quell’indipendenza che, al momento, sembra essere una rivendicazione solo millantata e di maniera.

Franco Battaglia, 4 marzo 2026

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