Il dibattito

Eh no: la “scuola dal basso” è utopia e i docenti di sostegno non sono inutili

Il dibattito sulle assunzioni a scuola annunciate dal ministro Giuseppe Valditara: Di Bartolo risponde a Bernaudo (parte 2)

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valditara scuola

“Nel 2025 ci saranno circa 134 mila studenti in meno nelle scuole italiane”, ripete ossessivamente Andrea Bernaudo, sottolineando, giustamente, come l’inarrestabile crollo delle nascite stia accompagnando il Paese verso un inesorabile e poco rassicurante processo di denatalizzazione. A fronte di ciò, evidenzia, lo Stato continua insensatamente ad assumere, dimostrando di essere totalmente scollegato dalla realtà. Non più di quanto non lo sia lo stesso Bernaudo, in realtà, il quale continua propagandisticamente a bollare come “moltiplicazione di cattedre” la trasformazione di un contratto di lavoro a tempo determinato in uno a tempo indeterminato, previo superamento di un concorso pubblico per titoli ed esami. Orbene, a cosa mai dovrebbe aspirare, secondo le innovative logiche del buon Bernaudo, il folto corpo docente precario della scuola italiana per potersi scrollare di dosso la poco benevola etichetta di “sanguisuga”? Forse, a un’eterna condizione di precarietà, da accettare sino al momento in cui potrà finalmente dichiararsi superata la piaga della denatalità? Chissà.

Di più: Andrea Bernaudo definisce “paradossale”, termine che evidentemente lo affascina parecchio, l’impennata del numero degli insegnanti di sostegno, oggi quasi un quarto dell’intero corpo docenti della scuola italiana. Una percentuale effettivamente assai elevata, determinata, tuttavia, dalla crescita esponenziale del numero di studenti con disabilità, che, oggi, ammonta a quasi 360 mila unità, corrispondente al 4,5% del totale degli iscritti nelle scuole di ogni ordine e grado, con un aumento percentuale del 6% nell’ultimo anno e del 26% negli ultimi cinque.

Il numero di docenti di sostegno, tende, pertanto, a lievitare in egual misura all’incremento di alunni con disabilità certificata, così come previsto dalla normativa vigente in materia di inclusione scolastica, che, è bene ricordarlo per gli smemorati, vale tanto per le scuole pubbliche, quanto per quelle private. A questo punto, verrebbe da chiedersi: se Andrea Bernaudo è così attento al decremento della popolazione scolastica, perché non lo è altrettanto rispetto ai numeri relativi l’incremento degli studenti con disabilità? E ancora, se l’unica soluzione ai tanti mali della scuola italiana è privatizzare, ma poi anche le scuole private sono tenute a rispettare le norme vigenti in materia di inclusione scolastica, come si fa a garantire l’accesso all’istruzione “privata” anche agli studenti con disabilità, senza la contestuale assunzione di “inutili” docenti di sostegno?

Ora, delle due l’una: o il processo di “privatizzazione dal basso” dovrebbe automaticamente prevedere una radicale riforma della normativa sull’inclusione, oppure, la “scuola dei sogni” concepita dalla mente di Andrea Bernaudo, in grado di ridurre in un sol colpo gli sprechi, eliminare gli “inutili” docenti di sostegno, restituire competitività, qualità e trasparenza al sistema scolastico, e garantire a tutti la libertà di scelta, intende, in realtà, rivolgersi esclusivamente a studenti normodotati, con il conseguente e inevitabile ripristino di classi differenziali in cui allocare, invece, i soli alunni con disabilità certificata.

Rileggi tutto il dibattito:

  1. Paradosso statalista: studenti in calo, maxi-infornata di docenti (Andrea Bernaudo)
  2. Maxi infornata di prof? Non è vero: chi critica le assunzioni, sbaglia (Salvatore Di Bartolo)
  3. Non dite frottole: l’assumificio scolastico non è liberista. Ecco l’alternativa (Andrea Bernaudo)

In tal caso, il buon Bernaudo, in preda a un evidente crisi di liberismo da salotto che lo conduce a vedere ovunque sprechi, ignorando completamente le criticità connesse alla condizione di disabilità, si assuma pure il gravoso onere di spiegare la sua innovativa idea di scuola del domani alle famiglie degli studenti disabili. O magari, perché no, provi egli stesso a dilettarsi nel pressoché vano tentativo di convincere migliaia di docenti a mollare dall’oggi al domani il pubblico impiego, per poi andare alla disperata ricerca di donazioni private con cui finanziare la ristrutturazione di edifici decadenti, e di rette con cui compensare il venir meno dello stipendio erogato dal sistema scolastico nazionale. Il risultato di tale esercizio, inutile dirlo, sarebbe il medesimo ottenuto da tale dottoressa Sironi, la quale, in un’epica scena del film “Quo Vado?”, provava disperatamente a convincere Checco Zalone a rinunciare all’agognato “posto fisso”, ottenendo in cambio solo un laconico: “ma è del mestiere questa?”. Ovviamente, eviterò in questa sede di esternare la medesima affermazione in riferimento al contenuto della proposta di “privatizzazione dal basso”, sebbene, a ben vedere, le probabilità che i docenti possano accoglierla e decidere di farla propria sono le medesime di quelle vantate in quell’occasione dalla povera dottoressa Sironi.

Suvvia Bernaudo, non se la prenda: spenga per un attimo la motosega e ritorni pure tra noi. E, soprattutto, si ricordi che non è da vero liberale dare dello “statalista” a chiunque non dovesse pensarla in ogni singolo istante come lei. Criticare alcune sue esternazioni (e sottolineo alcune, perché, a differenza di ciò che lei ha fuorviantemente inteso, per molti altri aspetti sarei anche concorde con le sue idee) non equivale necessariamente ad essere “allineato al paradigma statalista europeo” (tra l’altro, solo per aver specificato che le procedure concorsuali sono finanziate con i fondi del Pnrr). Si può essere liberali pur non essendo d’accordo con le tesi formulate da Andrea Bernaudo, il quale, fino a prova contraria, non risulta essere il depositario in Patria del sapere liberale, né tantomeno il soggetto incaricato dal Sacro Tribunale del Liberalismo dell’arduo compito di distribuire patenti ed etichette varie al prossimo. Anche perché, se tutti fossimo conformemente concordi sulla medesima idea di libertà, non verrebbe forse meno la libertà individuale di pensarla diversamente dall’altro?

Salvatore Di Bartolo, 21 luglio 2025

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