Stanno facendo discutere le recenti parole di Elettra Lamborghini: “C’è gente che studia dalla mattina alla sera da anni e poi c’è chi, sui social, con un video stupidissimo, guadagna diecimila euro. È ovvio che nessuno voglia più fare un cazzo”. Frasi del genere circolano diffusamente anche in molti “post” sulle piattaforme digitali, riscuotendo ampia approvazione. Elettra Lamborghini dovrebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere che questa situazione è “ovvia” dal momento che anche gente come lei è riuscita a diventare un modello da seguire.
Lo dico, davvero, senza offesa. Ho stima per tutte queste persone che, pur non avendo qualità artistiche o intellettuali particolari, sono riuscite a riscuotere successo. In fondo, anche ciò richiede sacrificio, capacità di “aprirsi al mondo” e di entrare nella psicologia, o meglio nella “pancia”, delle persone. Il fine del mio articolo non è criticare gli “influencer” e i social, che possono essere una risorsa se usati da persone con una reale coscienza culturale e critica.
È necessario indagare le cause profonde del problema. I social hanno questo valore finché qualcuno glielo continuerà a dare. Quel “qualcuno” sono le persone normali; a volte anche quelle che realmente studiano da anni senza gratificazione o hanno un lavoro precario poco retribuito. La “dittatura dei social” consiste in primis nel far aderire le persone comuni all’idea che sia giusto che qualcuno, facendo meno di loro, abbia riscosso successo. E che costoro, magari, sviliscano le persone che realmente fanno i sacrifici, autoconvincendole che sia normale e corretto così.
È questo uno dei principali inganni alla base della deriva della nostra società. Finché la “massa” non capirà che la legittimazione dei social e degli “influencer” dipende da sé stessa, la situazione non cambierà mai, e finiremo in un baratro sociale ed intellettuale. Si sente tanto parlare delle “menti” in fuga all’estero, del fatto che in Italia chi si laurea trovi poi un lavoro precario, magari anche in un campo che non riguarda i suoi studi, con un salario basso. Si dà allora la colpa ai governi; a chi non dà certezze ai giovani laureati, a chi incentiva il precariato, o alle aziende che non investono nella meritocrazia e nelle competenze. Tutto giusto.
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Il reale problema, però, è che se cambiasse realmente il paradigma culturale degli italiani e i modelli a cui aspirare, distinguendo ciò che davvero è di “valore” da ciò che non lo è, di tutto questo dibattito non vi sarebbe nemmeno bisogno. Le persone con qualità veramente importanti, a quel punto, inizierebbero a divenire dei modelli da seguire, facendo accrescere gli stipendi e la stima nei loro confronti, innescando un circuito saggio e virtuoso. Tutto ciò per l’appunto, è possibile solo innalzando il livello di istruzione nel nostro Paese, a partire dalla considerazione nei confronti degli insegnanti, dei medici e dei ricercatori, in vari settori. Bisogna far sì che lo studio, anche quello non necessariamente finalizzato all’utilità lavorativa, ritorni ad essere un’aspirazione e un motivo di gratificazione economica e sociale, oltre che personale.
È poi necessario far passare il messaggio che chi fa un lavoro manuale o una professione onesta è tutto meno che inferiore a qualche “miracolato” che fa migliaia di euro sui social, e che magari svilisce proprio le persone che con caparbietà cercano di arrivare a fine mese. Ovviamente mi riferisco solo agli “influencer” che adottano questi comportamenti; atteggiamenti apparentemente ironici, ma in realtà deleteri ed offensivi. Contenuti del genere vanno semplicemente censurati. Non per fare una dittatura. Ma per arginare la reale dittatura. Quella dei social.
Flavio Maria Coticoni, 29 agosto 2026
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