Politica

Elezioni 2027, perché sarà un gran caos

La legge elettorale oggi fa scricchiolare la maggioranza più di quanto ammetta. Mentre a sinistra se la passano molto peggio

Schlein Meloni @ Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Forfait di massa. È una politica che finisce per vincere solo a tavolino. Sarà la campagna elettorale più lunga della storia della Repubblica italiana. Non perché qualcuno l’abbia voluta, ma perché il sistema si è messo a tremare con una sequenza di scosse continue, ma senza un vero epicentro. Una campagna che si allunga, si frantuma, ma che ha un bersaglio preciso: i palazzi del potere romano, da piazza Colonna a via della Scrofa.

L’origine non è casuale. Parte da leve azionate con la stessa forza: la Commissione europea che stringe sul golden power, la Corte dei conti che entra duro nel cantiere del Ponte, la Procura di Milano che accende i riflettori su Mediobanca/Mef e sull’ex dg Marcello Sala. Poi ci sono i referendum messi in fila – quello sulla giustizia con il fronte del No in crescita, man mano che si comprende che la separazione delle carriere rischia di trasformare i pm in superpoliziotti ben più pericolosi mentre il corpo sano dei togati potrà solo restare a guardare – il premierato rilanciato, la riforma elettorale che slitta e rimescola gli equilibri, dal Porcellum al Donzellum, fino a lambire il prossimo Bordellum.

E a completare il quadro, il voto delle regionali che, per la prima volta, produce un formicolio vero, quasi pruriginoso, su Giorgia Meloni. Tant’è che subito la premier apre una polemica diversiva, ma funzionale, utilizzando la sua creatura Atreju, come fosse Porta a Porta, per la trappola alla sprovveduta Elly Schlein, con Matteo Salvini, Antonio Tajani e Giuseppe Conte anche loro sulla giostra.

La legge elettorale, gioia e dolore del centrodestra, oggi fa scricchiolare la maggioranza più di quanto ammetta. La Lega non è scontato che segua ancora Fratelli d’Italia e Forza Italia ancora meno. Ancorché, per Salvini, un asse sotterraneo con Schlein ora sarebbe facile da intrecciare, anche se difficile da spiegare. Nel frattempo, FI gioca su due tavoli: proporzionale sul primo, cancellierato sull’altro. Dopo la mossa sulla tv tedesca, l’equazione diventa aritmetica: FI + CDU = Partito Popolare Europeo. Il nome della premier sulla scheda può attendere: prima si chiude il tavolo, poi si scopre la carta.

Intanto, davanti alla porta del sottosegretario factotum Giovanbattista Fazzolari, ribollono le nomine: “gli imperatori delegati” di Eni, Leonardo, Poste Italiane, Enel, Terna ed Enav. Nei tempi andati, quando il quadro si faceva scuro, spuntava sempre lui, il cardinale Fiorenzo Angelini. Guardava la scena, sospirava e chiudeva tutto con una battuta rivolta al suo grande amico Giulio Andreotti: «Ce semo proprio tutti». E mentre il Palazzo si compiaceva del proprio parterre, il Paese, in silenzio, andava avanti. Oggi l’effetto è simile: nessuna rivolta, solo una rinuncia. Sembra che più il sistema accelera, più aumenta la distanza tra Palazzo e Paese. La non partecipazione non è ancora un urlo: è un’assenza che si allarga.

L’astensionismo, ormai, non è più solo un tema da convegni universitari. È un dossier istituzionale. Al Quirinale i numeri si studiano con attenzione, perché quando metà del Paese smette di votare non è più un problema politico, è un problema di sistema. E lì vige una regola antica: contro l’arbitro non si gioca. L’arbitro resta arbitro, sempre. Ma se lo sfidi, ti fischia contro tutto ciò che può fischiare. E con piena legittimazione costituzionale. Chi in Fratelli d’Italia non lo aveva capito, lo sta capendo ora. Al Viminale c’era chi, come Francesco Cossiga, aveva compreso prima degli altri che l’astensione non sarebbe stata una ribellione urlata, ma una fuga silenziosa. E intanto Alessandra Ghisleri, la più smart dei sondaggisti, traduce i crescenti numeri dell’astensione non in titoli allarmistici, ma in indicazioni concrete su come sta cambiando il rapporto tra Paese e politica: giovani che non votano, lavoratori che non possono votare, fuori sede che rinunciano al voto. Non è più solo disaffezione ideologica: è disaffezione logistica, che la politica preferisce ignorare.

Il paradosso è tutto qui: si predica il voto come un sacro dovere democratico e lo si organizza come un favore gentilmente concesso. Domeniche obbligate, seggi lontani, orari rigidi. Chi lavora nei servizi, nella ristorazione, nel turismo, nella sanità è in trincea proprio quando si vota. Chi vive lontano dal Comune di residenza, e sono tanti, deve pagarsi il diritto di voto come un biglietto ferroviario quando, invece, le nuove tecnologie permetterebbero alternative infinite. Altro che partecipazione: questa è selezione naturale dell’elettore.

Nei corridoi, intanto, torna a circolare una parola: permesso retribuito obbligatorio per votare. O addirittura un Election Day feriale, con giorno non lavorativo. Non slogan da convegno, ma ipotesi tecniche che qualcuno sta già mettendo su carta. Perché tutti sanno che, così com’è, il modello regge ancora una volta, forse due. Poi basta. L’astensionismo però non è più solo un vizio italiano, è un virus occidentale. Cresce in Italia come negli Stati Uniti, in Francia, in Germania. Le democrazie mature votano sempre meno e governano su platee sempre più ristrette. E la politica osserva il crollo come si guarda un bollettino meteo: si commenta, non si governa.

In Cile hanno reagito e hanno deciso: voto obbligatorio, registrazione automatica, sanzioni. Hanno trasformato la liturgia democratica in un meccanismo operativo. L’affluenza è risalita di colpo. Lezione semplice: la partecipazione non si supplica, si organizza. Altrimenti si dissolve. Quelli che sono contrari non mancano: costi, disagi, produttività, Pil. Gli stessi che trovano coperture per qualsiasi emergenza, tranne per quella democratica. Eppure le soluzioni esistono: turnazioni, fasce orarie estese di apertura dei seggi, permessi garantiti, voto online. Manca solo una cosa, la più costosa: la volontà politica.

L’astensionismo non si combatte a colpi di appelli morali. Lo si combatte anche eliminando gli ostacoli materiali. Rendere il voto accessibile non è un atto di generosità istituzionale: è un atto di sopravvivenza del sistema democratico. Perché una democrazia non muore quando vince l’avversario. Muore quando il popolo smette di presentarsi. E, come ricordava Hobbes, senza presenza, il potere semplicemente non c’è.

Luigi Bisignani per Il Tempo 30 novembre 2025

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