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Embargo al petrolio russo, perché Draghi ne esce con le ossa rotte

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di Paolo Becchi

Il Consiglio europeo ha varato il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia. Lo chiamano “embargo” al petrolio russo, ma è qualcosa di diverso, perché non di tornerà più indietro, dopo la fine della operazione militare russa in Ucraina. La Russia si sta già rivolgendo ad altri acquirenti e per noi almeno nell’immediato futuro saranno dolori.

Orbán reduce dal successo elettorale in Ungheria, incassa un nuovo successo in Europa. Ha ottenuto quello che voleva: per l’Ungheria lo stop al greggio russo non vale. L’economia ungherese e la vita degli ungheresi non subiranno danno da queste sanzioni. La fermezza ha pagato anche questa volta. E grazie alla sua posizione altri paesi come la Germania sono riusciti a portare a casa un buon risultato, vale a dire una deroga.

Di fatto un fallimento per il Consiglio europeo che ne esce spaccato. Ad uscirne con le ossa rotte però siamo noi, che potevamo chiedere almeno una deroga come ha fatto la Germania, ma Draghi ha preferito non farlo, mettendo a forte rischio la nostra economia nell’ immediato futuro. Una cosa è certa: non ha fatto gli interessi del popolo italiano.