Esteri

Europa a due velocità, chi comanda davvero e chi rischia di restare indietro

Bruxelles predica unità, ma sul bilancio 2028-2034 riemergono gli interessi nazionali: il rischio è che i Paesi più ricchi decidano e gli altri paghino il conto

Bruxelles predica unità, ma sui soldi, sull’energia e sulla competitività gli interessi nazionali tornano a comandare. La cooperazione rafforzata può superare i veti, ma rischia anche di consacrare un’Unione in cui i più forti decidono e i più deboli si adeguano. L’Unione europea ama presentarsi come una grande famiglia. Peccato che, quando arriva il momento di pagare il conto, la famiglia si divida immediatamente in due gruppi: chi vuole spendere meno e chi teme di rimanere senza risorse.

Il negoziato sul bilancio 2028-2034 lo dimostra ancora una volta. La presidenza irlandese ha proposto una riduzione dell’8% rispetto al progetto della Commissione, ma diversi governi vorrebbero stringere ulteriormente i cordoni della borsa. Nel frattempo, le ambizioni europee in materia di difesa, tecnologia e competitività continuano a crescere.

E allora la domanda è inevitabile: siamo davvero davanti a un’Unione politica oppure a un mercato comune nel quale ogni governo difende il proprio interesse fino all’ultimo euro? La questione è tutt’altro che accademica. Perché se l’Europa non riesce a decidere in ventisette, qualcuno potrebbe essere tentato di procedere in gruppi più ristretti. È la logica dell’Europa a due velocità: chi vuole e può andare avanti lo fa, gli altri eventualmente si accodano.

Sulla carta, sembra una soluzione ragionevole. Perché mai un Paese dovrebbe poter bloccare tutti gli altri? E perché una cooperazione in materia di difesa, energia o industria dovrebbe essere impossibile soltanto perché non esiste un accordo unanime? Ma qui cominciano i problemi. Chi stabilisce chi può avanzare e chi deve aspettare?

Il rischio è che la velocità europea finisca per coincidere con la disponibilità di denaro. I Paesi con maggiori margini finanziari potrebbero sostenere investimenti industriali più consistenti, finanziare tecnologie strategiche e costruire nuove alleanze economiche. Quelli con conti pubblici più fragili potrebbero invece trovarsi esclusi proprio dai programmi destinati a determinare il futuro del continente.

In altre parole, l’Europa a due velocità potrebbe trasformarsi nell’Europa dei privilegiati e degli inseguitori. Non necessariamente per una decisione esplicita di Bruxelles, ma per effetto di regole che, pur formalmente uguali, producono risultati molto diversi. Il paradosso è che l’Unione dovrebbe servire anche a ridurre le distanze economiche tra i suoi membri. Se invece la partecipazione alle iniziative strategiche dipendesse sempre più dalla forza finanziaria dei singoli Stati, la convergenza rischierebbe di diventare uno slogan.

Naturalmente, l’alternativa non può essere quella di costringere tutti a procedere allo stesso ritmo. L’unanimità, quando diventa un meccanismo permanente di paralisi, può impedire anche a chi è disposto a collaborare di raggiungere risultati concreti. Ecco perché gli strumenti di cooperazione rafforzata previsti dai Trattati possono avere una funzione utile: consentono a gruppi di Stati di avanzare in determinati settori senza attendere necessariamente il consenso di tutti.

Ma una cosa è permettere a chi vuole di sperimentare nuove forme di integrazione; un’altra è costruire un direttorio permanente delle principali economie europee. Nel primo caso, la flessibilità può essere una risorsa. Nel secondo, rischia di diventare una gerarchia politica.
C’è poi un’altra contraddizione che merita di essere affrontata. I governi del Nord chiedono rigore e contenimento della spesa, mentre altri Paesi insistono sulla necessità di investimenti comuni. Entrambe le posizioni hanno argomenti da considerare. Nessuno può pretendere finanziamenti senza dimostrare che producano risultati, ma non si può neppure invocare la competitività europea e poi ridurre indiscriminatamente le risorse destinate a ricerca, innovazione e sicurezza economica.

La vera questione non è quanto denaro spendere, ma come spenderlo e chi debba assumersi la responsabilità delle decisioni. Un bilancio europeo più consistente non garantisce automaticamente più crescita; un bilancio più piccolo non garantisce automaticamente maggiore efficienza.

E l’Italia non può limitarsi a chiedere flessibilità. Deve pretendere regole che non penalizzino strutturalmente le economie con minori margini fiscali, ma deve anche dimostrare di saper trasformare gli investimenti in produttività, occupazione e crescita. La solidarietà europea non può essere un assegno in bianco, così come il rigore non può diventare il privilegio di chi parte da una posizione più favorevole. Alla fine, il problema è politico prima ancora che contabile. L’Europa vuole essere una potenza, ma non ha ancora trovato un accordo sufficientemente solido su chi paga, chi decide e chi risponde delle conseguenze.

Forse è arrivato il momento di smettere di considerare l’unità un valore assoluto, indipendentemente dai risultati. Un’Unione che non riesce a decidere rischia di perdere peso nel mondo. Ma un’Unione che procede soltanto quando sono d’accordo i Paesi più forti rischia di perdere legittimità al proprio interno.

L’Europa a due velocità potrebbe essere una via per uscire dall’immobilismo. Oppure potrebbe sancire la fine dell’illusione che tutti gli Stati membri partecipino allo stesso progetto alle stesse condizioni. La differenza la faranno le regole, la trasparenza e la possibilità concreta di aderire alle iniziative comuni. Perché il problema non è che alcuni Paesi vadano più veloci. È che, alla fine, siano sempre gli stessi a guidare e gli altri a pagare il prezzo del ritardo. E allora la domanda conclusiva è questa: vogliamo un’Europa capace di procedere a velocità diverse oppure un’Europa in cui la velocità diventa il nuovo criterio per stabilire chi conta davvero?

Apostolos Apostolou, 20 ottobre 2026

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