Cronaca

Famiglia nel Bosco, clamoroso: chiesta la revoca dell’assistente sociale

Lo psichiatra: "Operatori incappaci di prendersi cura dell'intera famiglia". L'esposto dei legali: "È ostile e non imparziale"

famiglia del bosco Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Alla vigilia dell’avvio delle perizie psicologiche disposte dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila sui genitori della cosiddetta famiglia nel bosco, il caso conosce un nuovo e delicato passaggio. Gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas hanno infatti presentato un esposto chiedendo la revoca dell’assistente sociale incaricata dal Tribunale, Veruska D’Angelo, accusata di non aver svolto il proprio ruolo con la necessaria imparzialità. A riportarlo è ANSA.

Secondo la difesa, l’intervento dei servizi sociali sarebbe stato segnato sin dall’inizio da un atteggiamento conflittuale e pregiudiziale nei confronti della famiglia. Nell’atto, composto da otto pagine, i legali contestano una gestione definita “ostile e manchevole”, parlando apertamente di un conflitto personale che avrebbe compromesso la correttezza dell’azione professionale. Non si tratterebbe, dunque, di singoli episodi, ma di una condotta sistematica che avrebbe inciso in modo pesante sulla vita dei minori, allontanati dal nucleo familiare e collocati in una casa famiglia insieme alla madre dal 20 novembre scorso.

Sempre secondo quanto riferisce ANSA, l’assistente sociale avrebbe ignorato o respinto richieste provenienti direttamente dai bambini, come la possibilità di mantenere contatti telefonici con nonni e parenti o di incontrare alcuni coetanei. Contestate anche le modalità dei sopralluoghi effettuati prima della sospensione della responsabilità genitoriale, con la presenza dei carabinieri, giudicate sproporzionate e potenzialmente traumatiche. Nel mirino della difesa finisce inoltre la ricostruzione di un episodio di intossicazione da funghi, che – secondo gli avvocati – sarebbe stato impropriamente presentato come un avvelenamento.

Ma il punto più critico riguarda il metodo. In una relazione citata dalla stampa locale, l’assistente sociale avrebbe sostenuto la necessità di privilegiare lo sviluppo emotivo dei minori rispetto a quello cognitivo, ritenendo “adulterato” un diverso approccio educativo. Per la difesa, questa affermazione rappresenta la prova di un pregiudizio culturale: l’operatrice, invece di valutare e accompagnare, si sarebbe posta come arbitro morale, imponendo la propria visione educativa attraverso l’autorità pubblica. Non solo: viene contestata anche una possibile violazione del principio di riservatezza per presunti contatti con i media.

Un giudizio durissimo arriva anche dal consulente della famiglia, lo psichiatra Tonino Cantelmi. In dichiarazioni all’Adnkronos, Cantelmi parla senza mezzi termini di un fallimento degli operatori coinvolti: “Non sono riusciti a prendersi cura dell’intera famiglia, né a costruire relazioni empatiche ed efficaci. Hanno messo in atto comportamenti potenzialmente traumatici, non hanno ascoltato i minori e non sono stati capaci di una mediazione virtuosa”. Attribuire ora la responsabilità esclusivamente ai genitori, aggiunge lo specialista, sarebbe una semplificazione che rischia di nascondere gravi responsabilità istituzionali ancora tutte da chiarire.

Sul fronte istituzionale, il caso ha anche risvolti amministrativi. Il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, è intervenuto tramite Adnkronos per chiarire che l’assistente sociale non è dipendente del Comune, ma dell’Ente d’Ambito Sociale di Monteodorisio. Un dettaglio che, secondo il primo cittadino, è essenziale per evitare confusione sulle competenze e sulle responsabilità. Masciulli ha annunciato che chiederà copia dell’esposto, non ancora visionato, ma ha anche acceso i riflettori su un altro aspetto spesso trascurato: i costi. Il mantenimento dei tre minori nella casa famiglia di Vasto ammonta a 244 euro al giorno, una cifra che pesa direttamente sul bilancio di un Comune di appena 800 abitanti. In assenza di ulteriori contributi, sinora arrivati un po’ dal ministero dell’Interno e un po’ dall’Eas, l’eventuale prolungarsi della misura di tutela rischia di diventare economicamente insostenibile.

In attesa delle perizie e delle decisioni del Tribunale, una domanda resta sullo sfondo: se l’obiettivo dichiarato dei servizi sociali è la tutela dei minori, può dirsi davvero tale un intervento che genera conflitti, isolamento e accuse così gravi di parzialità? Il rischio, sempre più evidente, è che a pagare il prezzo più alto siano proprio i bambini, trasformati da soggetti da proteggere in terreno di scontro tra istituzioni, professionisti e famiglie.

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