Festival Cinema, viva il vaffa di Verdone ai pro-Pal

La precisazione dell’attore che prende le distanze dall'appello di Venezia: “Mi hanno messo in mezzo, nomi degli attori sono stati aggiunti dopo”

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verdone

Meno male, uno su millecinquecento l’abbiamo recuperato, ed è quello che ci interessa di più: Carlo Verdone si sfila dalla marmaglia firmaiola pro-Pal in scena al Festival del Cinema di Venezia: “Mi hanno tirato in mezzo”. Fuorviato o rinsavito? Comunque non ci sta al pogrom contro due attori, due artisti, due colleghi con la colpa di nutrire sensibilità israeliane o di avere servito sotto l’esercito, che in Israele è obbligatorio perché da quelle parti, come scrive oggi Giuliano Ferrara, hanno dal 1948 il leggero problema di sopravvivere; pertanto maturano un senso dell’appartenenza e della coesione, della difesa un po’ diverso dai nostri petalosi che hanno paura di fare gli animatori turistici dei ponti sullo Stretto, degli esami ddi maturità, di sfilarsi il reggiseno per una tac ma non al gaypride o per altrimenti pubblicizzarsi (torneremo ancora, perché nuove cose, nuove conferme sono emerse, e meritano la sputtanatio). Verdone lo ammette: nel firmare in bianco sono stato un po’ leggero, un po’ superficiale.

In bianco per dire sotto un appello generico, non adeguatamente specificato, ergo truffaldino, salvo scoprire che non era un appello “pro Palestine” risoltosi nella ghettizzazione di due attori; 24 ore dopo, dice (al Corriere, che lo intervista in soccorso): “Gli attori non devono diventare il tribunale dell’Inquisizione”. Dice l’ovvio, ma lo dice come una Cenerentola al ballo mentre è uno che sta nel giro da mezzo secolo e allora, con tutto il beneficio del dubbio della buona fede, però non può ignorare la matrice moralista, tartufesca di quell’ambiente. Più in generale sarebbe cosa saggia sfilarsi sempre e comunque dalle fregole firmaiole, che non portano niente di buono e di giusto, che quando ci sono nascondono, regolarmente, significati inconfessabili e discretamente osceni. Verdone dice anche dell’altro ovvio, di quello che però qualche volta non si può non dire: per esempio, che è rimasto indignato, sconvolto dalle ultime distruzioni israeliane, ospedali, templi, anche chiese cattoliche, e questo, per il nulla che conta, lo abbiamo detto, continuiamo a dirlo pure noi, che ci sono dei limiti alla disumanità che travolgono le ragioni, poi gli alibi poi i pretesti; che non si può persistere nel radere al suolo tutto ciò che esiste, che si muove, anche quando cova i tagliagole che, sì, vanno eliminati, uno per uno, ma al prezzo di tirar giù un ospedale, una mensa, una città?

Comunque il nostro Carlo si dà una salvata, come dicono a Roma, e considera: anche Servillo si è ravveduto, proprio questa parola usa: il ravvedimento, lui come me. Fuorviato, ingannato o ha solo riflettuto, o gli è stato fatto notare che…? Ma del Servillo tra le nuove icone di sinistra, come Sorrentino, come i papi e le papesse da grande bruttezza, ci importa poco; è Carlo che ci stupiva, noi come il direttore Buttafuoco sulle spine, e non perché, un po’ snobisticamente, oggi ricorda che nel salotto di suo padre il 60% degli ospiti erano ebrei, insomma lui è cresciuto nella vipperia cosmopolita dei Bernstein, peraltro sinistro finanziatore delle Black Panthers, ricordate Tom Wolfe? È che lui è sempre stato altro, un insofferente bonario, un ironico logico, un idiosincratico verso le mode e le manie, gli opportunismi, le cialtronate virtuose: e ritrovarselo lì come un Saviano qualsiasi, proprio non ci tornava.

Memento firmi: diffidare sempre degli appelli. In Italia, come in America, più che in America e in Francia, l’attitudine firmaiola nutre la logica del branco cannibale, quel colpire in gruppo preferibilmente gli inermi; ha illustrissimi precedenti mascalzoni, come la volta che in più di mille si accanirono contro il commissario Calabresi “della CIA”, commissario finestra, commissario cavalcioni, che aveva ammazzato Pinelli, che l’aveva buttato giù, e quando poi se ne dimostra l’estraneità, quando un commando di Lotta Continua provvede a liquidarlo, tutti si sfilano, fischiettano. O l’altro, in tempi più recenti, promosso da un collettivo di ceffi maoisti con velleità di romanzieri, per l’innocenza, ma che dico, per la santità, l’impunità del compagno Cesare Battisti, ingiustamente accusato di quattro omicidi, vittima lui delle logiche imperialiste, fasciste di uno Stato italiano ancora consegnato alla Cia, alla Nato, alla Nasa, come gli Amici Miei imbucati alla festa, e ci si fiondava la peggio archeologia filoterrorista, nel non detto maramaldo per cui noi sappiamo che questo è un killer comunista, un assassino seriale, un verme, ma ci piace tanto così, perché noi dentro siamo così, perché lui uccide poveri cristi di commercianti, di agenti di custodia, anche per noi.

Lui si assume il fardello dell’uomo rosso di odio. Poi, quando lo prendono finalmente, dopo latitanza ventennale favorita dalle Fred Vargas, dagli amici degli amici, Battisti, come l’Emiliano di Trinità, dice tutto, gringo, ammette la qualunque, tutti e quattro gli omicidi, e allora il fuggi fuggi generale, lo sfilatone gigante, il rigatino. Il solito Bob Saviano che, al colmo della faccia bronzea, arrivò a dire: ho rinnegato la mia firma perché adesso mi leggono tutti. Gli altri tutti a fischiare a cominciare dall’impareggiabile (come Adelina di Paolo) Sansonetti, strenuo quanto strampalato difensore di un criminale conclamato e non solo da una valanga di sentenze in tutte le sedi. Ecco, Carlo, noi ti crediamo, poiché ti apprezziamo, ti abbiamo perfino amato, e quando dico noi dico, nell’irrilevanza, anche di chi condivide il tuo sgomento su Israele che non si ferma più. Però, per il futuro, ecco, un po’ più di prudenza, di malizia, perché insomma era chiaro che i tuoi cari colleghi fossero molto pro-Pal, perché nella logica del branco carnivoro non c’è gloria e non c’è ritegno nel cacciare due attori che neanche ci stanno al Festival, nella caccia ai fantasmi di chi non rischia niente e rispolvera la sua piccola grande oscenità che bivacca ai Parioli, mica a Gaza.

Max Del Papa, 29 agosto 2025

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