
Alla fine, la famosa “aggressione fascista” non era mai esistita. Ma a Fabiano Mura, ex segretario della Fillea Cgil, quella storia inventata è costata quattro mesi di lavori di pubblica utilità e una donazione benefica. Una pena leggera, considerando il polverone politico che aveva sollevato. La giudice Carla Pastorini ha infatti accolto la richiesta di messa alla prova presentata dal suo avvocato, Giuseppe Longo. Il sindacalista presterà servizio in una pubblica assistenza: così sconta la sua pena e chiude una vicenda che, a dir poco, ha del grottesco.
Torniamo indietro di qualche mese. Era aprile, in piena campagna elettorale e a pochi giorni dal 25 aprile, con la visita del presidente Mattarella a Genova. All’improvviso la notizia: un sindacalista aggredito da due “fascisti”. Panico, indignazione, comunicati, bandiere. La Cgil, senza perdere un minuto, pubblica una nota dai toni da emergenza democratica: “Un nostro segretario, appartenente alla categoria degli edili, è stato vittima di una vile aggressione fascista. Due uomini, a Sestri Ponente, l’hanno avvicinato mentre scendeva dalla macchina di servizio, sulla quale erano esposti i loghi dei referendum sul lavoro e cittadinanza, gridando ‘comunista di m.’, sputandogli addosso, facendo il saluto romano, avventandosi verso di lui che, pur riuscendo a difendersi e divincolarsi, allontanandosi dal posto sulla sua vettura, ha dovuto fare ricorso alle cure del Pronto Soccorso”.
Il copione perfetto. L’eroe rosso aggredito dai fascisti neri. I politici di sinistra si mobilitano, le piazze si riempiono, la stampa grida al ritorno del Ventennio. Tutto troppo comodo. Poi, però, arriva la realtà. Le indagini della Digos smontano tutto: gli orari non coincidono, le telecamere non riprendono nulla, e il sindacalista non era solo come aveva raccontato, ma in compagnia dei familiari. Nemmeno gli operai che avrebbe dovuto incontrare esistono. In ospedale, cinque giorni di prognosi senza segni di aggressione.
E alla fine, il crollo. Davanti al procuratore aggiunto Federico Manotti, Mura confessa: “Ho avuto una sorta di blackout, mi sono inventato tutto. Non so perché l’ho fatto, non riesco a darmi una spiegazione. Ho anche chiesto aiuto a un medico”. Ecco servita la verità: nessun fascista, nessun pestaggio, solo una bugia che ha rischiato di incendiare la città. Il sindacalista, da vittima a indagato per simulazione di reato, si è trovato a dover cambiare ruolo in fretta.
La Cgil, che all’inizio aveva suonato la carica contro il “clima d’odio”, ha poi fatto marcia indietro, dichiarando che “a tutela dell’organizzazione saranno attivate le procedure interne di garanzia attraverso la sospensione dell’iscrizione alla Fillea e quindi la revoca del distacco sindacale e di ogni incarico connesso alla persona coinvolta nei fatti”.
Morale: la solita sceneggiata ideologica. Una bufala montata ad arte che poteva degenerare, mentre qualcuno cavalcava la solita paura del fascismo immaginario. Alla fine, nessuna squadraccia, nessuna minaccia, solo una balla trasformata in caso politico. Ma si sa, per certa sinistra, i fantasmi del passato servono ancora: soprattutto quando il presente non offre molto di meglio da raccontare.
Franco Lodige, 12 novembre 2025
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