Esteri

Flotilla, non fatevi fregare dalle foto (fake) di Avila torturato

L'accusa agli israeliani è quella di aver torturato i militanti della Sumud Flotilla. Ma c'è qualcosa che non torna

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La prima immagine ha cominciato a circolare in lingua araba, poi è dilagata nei circuiti abituali, condivisa, amplificata, corredata di didascalie truculente sulle “torture” israeliane. Nulla di nuovo, per carità. Il repertorio è rodato, il copione immutabile, la macchina Propal gira a regime 24/7.

La seconda è la fotografia reale. Scattata da Associated Press (noi vi mostriamo un frame dei video disponibili online, ndr) e ripresa senza eccezioni da tutte le agenzie internazionali: ritrae Thiago Avila, l’attivista brasiliano che ci ha recentemente ammorbato con una lettera in stile testamento, indirizzata alla figliola, sempre una lettera di Jacopo Ortis, in trepidante attesa di essere giustiziato dai feroci israeliani.

Peccato che nelle immagini ufficiali Avila appaia in condizioni del tutto integre: nessun segno di violenza, nessun contesto che evochi, nemmeno alla lontana, le sevizie descritte con tanta magniloquenza nei post che lo hanno reso un martire da tastiera.

Il discrimine tra realtà e propaganda non è mai stato più abissale. Ed è precisamente su questo infame brodo culturale, farraginoso nella forma quanto nefando nella sostanza, che si costruisce giorno dopo giorno l’antisemitismo dilagante: un simulacro di verità edificato su immagini false, diffuso da chi tergiversa davanti alle smentite e si fa scudo dell’indignazione come se fosse un argomento. Un meccanismo callido, collaudato, che si autoalimenta attraverso la semiosi dei social: ogni condivisione è una nuova emissione di veleno, ogni repost un atto di fede verso una narrativa che non regge al confronto con un’unica fotografia verificata.

La macchina Propal non dorme mai. Ma ogni tanto inciampa, con esiti icastici, nelle proprie stesse menzogne.

Giulio Galetti, 6 maagio 2026

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