Politica

Il retroscena: spunta un nome per rifare Forza Italia

C'è anche domani: la "pazza" idea che riaffiora nei ragionamenti più raffinati. Una suggestione per il dopo Cav

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“C’e’ anche domani”: la pazza idea per il dopo-Berlusconi che ogni tanto riaffiora nei ragionamenti più riservati. Non è un piano, non è una manovra, non è nemmeno una vera strategia. È piuttosto una suggestione che nasce nei vuoti della politica, quando l’eredità del Cavaliere smette di essere ordinaria amministrazione e torna a farsi domanda di lungo periodo. La più semplice e la più difficile: come tenere viva l’organizzazione di Forza Italia senza tradirne l’origine e senza tentare maldestre riproduzioni del fondatore?

Gli eredi e gli amici questa domanda se la pongono da tempo. Marina e Pier Silvio hanno scelto – per ora – di restare fuori dalla politica attiva, pur conoscendola ormai a fondo. Pier Silvio, in particolare, è spesso indicato come il naturale continuatore: ha il profilo, il linguaggio, l’autorevolezza. Ma il suo “non lo escludo” suggerisce cautela. E oggi, semplicemente, non è il momento.

La priorità è un’altra: mettere definitivamente in sicurezza lo sviluppo internazionale di Mediaset, completare la trasformazione del gruppo in una realtà globale, sganciata dalle bozze della politica italiana. Media, contenuti, piattaforme, alleanze industriali: è lì che si gioca la vera partita dei prossimi anni. Una partita che non ammette distrazioni.

C’è poi una ragione più intima, quasi non detta, che ha a che fare con il quarto comandamento: ‘onora il padre’. Lo ricordo bene. Una volta, a Palazzo Grazioli, davanti a Gianni Letta, fu lo stesso Silvio Berlusconi a pregarmi di non insistere più sull’idea di una discesa in campo di Marina. Era circolata, l’avevo raccolta, rilanciata su Il Tempo, allora diretto da Gian Marco Chiocci, e venne persino trasformata in una canzonetta radiofonica a Un giorno da pecora. Si fece serio e mi chiese di non perseverare. “È la luce dei miei occhi”, e aggiunse: “È un mondo troppo duro”. Non era una battuta. Era un confine.

E nella famiglia Berlusconi quel confine, negli anni, è rimasto tale. Anche oggi, nei ragionamenti più realistici, un eventuale ingresso di Pier Silvio in politica viene collocato non prima del 2032. Prima bisogna chiudere il ciclo industriale, consolidare l’assetto europeo, completare il passaggio generazionale. Solo allora, forse, si potrà ‘divergere’ e costruire una nuova discesa in campo. A meno che non sia il tempo di guardare a Luigi, il figlio che più ricorda il Cavaliere. Un importante ministro, che ha lavorato a lungo con suo padre, incontrandolo recentemente si e’ quasi commosso per la somiglianza.

Nel frattempo, però, Forza Italia ha bisogno di nuova linfa vitale. Antonio Tajani, così impegnato e apprezzato negli scenari internazionali, è un uomo di garanzia, affidabile, istituzionale. Il suo profilo ormai è quello di una figura di equilibrio, destinata a ruoli alti, altissimi, magari con vista Quirinale. Tenerlo vincolato troppo a lungo nel rilancio di Forza Italia, nel confronto continuo con Lega e Fratelli d’Italia, significa logorarlo e trasformare il partito in una gestione notarile mentre, al centro, c’è una prateria da conquistare: cattolici e laici, riformisti e liberali, nostalgici della Prima Repubblica e delusi, democristiani di ritorno e repubblicani resistenti. Quella di Occhiuto una prima lodevole iniziativa.

È in questo spazio intermedio, tra il presente stretto e un futuro ancora lontano, che nasce la pazza idea. Affidare la riorganizzazione e lo scouting nel territorio tra la società civile ad una figura esterna alla politica, ma endemica a quella cultura che rese possibile Forza Italia. Non un Berlusconi, ma qualcuno che ne comprenda la visione: impresa, famiglia, responsabilità, fiducia. Una figura rassicurante, non divisivo. Moderno nell’organizzazione, tradizionale nei valori.

Il nome viene quasi naturale: Massimo Doris, amministratore delegato di Mediolanum. Fare di Mediolanum quello che fu Publitalia.

Per capire perché proprio lui, bisogna tornare al padre, Ennio Doris. Non solo un banchiere di successo, ma il costruttore di un capitalismo diverso, mite e domestico. Ha portato la banca fuori dai palazzi e dentro le case, parlando alle famiglie prima che ai mercati. Un modello che Silvio Berlusconi aveva intuito e sostenuto, ma che Doris aveva reso concreto e duraturo.

Quel modello emerge con forza nel momento più drammatico: il crack Lehman Brothers. Mentre il sistema finanziario mondiale vacillava e molte banche si trinceravano dietro cavilli e procedure, Ennio Doris e Silvio Berlusconi decisero di intervenire direttamente per tutelare i risparmiatori coinvolti, coprendo le loro perdite e mettendo al primo posto la fiducia delle famiglie. Una scelta controcorrente, che allora fece discutere, ma che col tempo ha assunto il valore di una lezione morale prima ancora che finanziaria.

Quella lezione è tornata alla luce anche in occasione dell’anteprima romana del film Ennio Doris – C’è anche domani, presentato a Roma alla presenza di Marina e Paolo Berlusconi. Marina ha ricordato Doris come «un imprenditore geniale e un amico straordinario» di suo padre, sottolineando un rapporto che andava ben oltre gli affari e che si fondava su una visione comune del ruolo dell’impresa nel Paese. La loro presenza non era formale: era il segno di una storia condivisa.

Massimo Doris cresce dentro questa eredità, senza trasformarla in santino. Studia, lavora all’estero, passa per Londra, impara i mercati globali. Tiene la banca fuori dal risiko, investe in tecnologia, rafforza la consulenza digitale senza perdere il rapporto umano. Governa senza rumore ed era già stato indicato come sindaco di Milano per dopo Sala.

E, come il padre, Massimo ci mette la faccia. Come Ennio prima, è sceso in televisione, diventando protagonista delle campagne pubblicitarie di Mediolanum. Il famoso cerchio, diventato negli anni il simbolo della banca, non è solo marketing: è la rappresentazione visiva di un’idea di relazione, di fiducia e protezione che si rinnova di generazione in generazione. Un modo per dire che l’impresa parla alle persone senza intermediari, assumendosi la responsabilità della propria parola.

Paradossalmente, è proprio questa normalità competente a renderlo politicamente interessante. Doris non sarebbe un capo di partito carismatico. Non offuscrerebbe mai un Berlusconi, ma potrebbe essere l’amministratore della continuità capace di individuare e far crescere una nuova classe dirigente oltre che scovare nella società civile personalità con esperienza che vorranno aderire al nuovo progetto di Forza Italia. Come ai tempi fu con Antonio Martino, Giulio Tremonti, Franco Frattini. Un uomo che, lungi dal mettersi in mostra, parlerebbe a quel mondo moderato, riformista, produttivo, cattolico-liberale, figlio del Veneto bianco e dell’imprenditoria sana, oggi senza rappresentanza. E accanto a lui sua sorella Sara più comunicativa e che con grande impegno civile porta avanti la Fondazione di famiglia.

Naturalmente è un’ipotesi. Una suggestione. Una pazza idea che nessuno rivendica apertamente e sulla quale, anzi, a casa Doris ci scherzano su. Ma è una di quelle idee proprio perché non urlate, che hanno una loro congruenza: separare i piani, proteggere i figli, accompagnare Tajani verso un ruolo istituzionale, custodire l’eredità senza consumarla in una replica.

Forse non accadrà. Magari resterà solo un sogno sussurrato. Ma anche i sogni, a volte, raccontano più della realtà. Ed e’ allora che si vince. Per perpetuare il sogno di Berlusconi forse occorre nuovamente una lucida follia. Una categoria dello spirito, prima ancora che politica.

Luigi Bisignani per Il Tempo

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