
A meno di quattro settimane dall’importantissimo referendum sulla giustizia, il caso di Garlasco assume, se ce ne fosse ancora bisogno, un valore simbolico per chi intende portare un cambiamento ad un sistema giudiziario che, secondo l’attuale regime accusatorio, andava modificato sin dal lontano 1989.
Per quanto riguarda, invece, la lunga vicenda che ha condotto Alberto Stasi ad essere condannato a 16 anni di carcere – cinque processi con due assoluzioni e due condanne – sembra che oramai siamo all’epilogo, almeno per quanto riguarda la seconda e ben più approfondita indagine della Procura di Pavia, guidata da Fabio Napoleone.
Come ampiamente riportato da gran parte della stampa nazionale, la tanto attesa consulenza della patologa Cristina Cattaneo è stata finalmente deposita, e malgrado essa sia stata secretata , secondo una corretta e ferrea linea adottata dalla stessa Procura di Pavia, è immediatamente partita una raffica di articoli e commenti che riportavano alcune rilevanti indiscrezioni circa un assai probabile spostamento in avanti dell’azione omicidiaria, la qual cosa, ovviamente, scagionerebbe di fatto il “Biondino dagli occhi di ghiaccio”, che in questo caso avrebbe un alibi di ferro.
Ora, avendo seguito il caso in tutti i suoi dettagli sin dall’inizio di questo vero e proprio pastrocchio giudiziario, non credo affatto che sia trapelato qualcosa su tale consulenza da parte di chi stia indagando.
Al contrario, mi parrebbe ben più plausibile che chi oggi scommette sull’eventualità di una modifica in avanti dell’orario fatale lo faccia essenzialmente confidando sul teorema universale della famosa scoperta dell’acqua calda.
Nello specifico, come ha spiegato con dovizia di particolari il medico legale Giuseppe Fortuni, nel corso di Mattino 5 del 25 febbraio, ci sono ben tre dati scientifici che demoliscono clamorosamente la già ristrettissima tempistica nella quale Stasi avrebbe commesso l’orrendo crimine e il successivo depistaggio: il rigor mortis, ancora in una fase iniziale dopo alcune ore dal ritrovamento; la scarsa presenza di macchie ipostatiche; la temperatura di 33,1 gradi alle 17:00.
Ebbene, come da tempo sostenuto da un gran numero di esperti del settore, questi tre elementi sono assolutamente incompatibili con una azione delittuosa che le sentenze di condanna fanno risalire alle ore 9:12 di quel maledetto 13 agosto del 2007.
Tant’è che il dottor Marco Ballardini, il medico legale incaricato all’epoca per l’autopsia sulla vittima, stabilì per il decesso una fascia oraria compresa tra le 10:30 e le 12:00, con la massima probabilità centrata tra le 11:00 e le 11:30.
Ciononostante, come poi accaduto, sia la Suprema Corte di Cassazione, per ben due volte, e sia la Corte d’Appello del processo bis, non hanno tenuto in alcuna considerazione questo fondamentale riscontro.
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Si è invece preferito dare credito ad una ricostruzione dell’accusa, a cui la parte e civile dette un contributo determinante – insieme alle impresentabili grancasse colpevoliste di buona parte dell’informazione mainstream – che faceva e fa tutt’oggi acqua da tutte la parti.
D’altro canto, oltre al fatto che non credo che esista nella storia del crimine una autopsia che, in assenza di altri riscontri oggettivi, abbia ricompreso un delitto una tempistica così precisa al secondo, ma anche i fatidici 23 minuti in cui esso si sarebbe svolta l’intera azione omicidiaria (15 se togliamo il tempo per tornare a casa in bici ed accendere il computer) sono a mio avviso un vero e proprio crimine contro la nostra intelligenza.
Ciò sottolineando comunque, come spesso dice l’avvocato Antonio De Rensis, che dobbiamo sempre inginocchiarci di fronte ad una sentenza passata in giudicato.
Claudio Romiti, 26 febbraio 2026
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