Cronaca

Garlasco, cosa sta cercando di dirci l’avvocato di Sempio?

La strana intervista del legale a Quarta Repubblica: il caso del Santuario, gli esorcismi e Stasi "vittima" di non si sa bene chi. La teoria di Massimo Lovati

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La commedia umana o tragedia disumana di Garlasco si arricchisce di nuovi personaggi, protagonisti bizzarri che non si sa come mettere a fuoco. Adesso è il turno della compagine a difesa del nuovo sospettato, l’involuto sfuggente Andrea Sempio, amico della famiglia Poggi, di Chiara, del fratello che lo difende, che giura sulla sua innocenza. Già è sorprendente che sia rispuntato l’ex comandante del Ris di Parma, il generale Garofalo che indagava per la procura all’epoca del delitto e adesso fa il consulente di parte per il commesso in odor di rinvio a giudizio. E che può dire Garofalo se non che Sempio non c’entra, che il colpevole era e resta Stasi?

Poi gli avvocati, entrambi sopra le righe: lei, la Angela Taccia, subito sanzionata dall’Ordine per un commento da influencer via social, “lotta dura senza paura”, come se una partita definitiva, in cui si gioca la vita del suo assistito, fosse una specie di rissa da reality. Questa Taccia viene da lontano, conosce tutti e tutti la conoscono, faceva parte del giro di amicizie, filava con uno che poi si è fatto frate, Alessandro Biasibetti, anche lui atteso in procura per farsi prelevare un campione biologico, e siamo già ad Agatha Christie. Ma il meglio lo regala l’altro avvocato, il maturo Massimo Lovati. Maturo ma avventato, apparentemente: rilascia interviste fantasmagoriche, da sensitivo, in cui sbriglia la fantasia: non c’entra il suo assistito ma neppure Stasi (in aperta contraddizione col suo consulente, Garofalo); invece ipotizza scenari orrorifici di santuari dannati, messe nere, sacrifici umani, non manca neppure la fatale pedofilia, un sabba di mostri di provincia che alla fine si chiude su Chiara per tapparle la bocca. Che elementi ha Lovati? “La conoscenza del territorio”, poi precisa che le sue supposizioni sono oniriche, insomma se l’è sognate. Roba che a tutta prima pare quanto meno strampalata, ma la seconda impressione va all’opposto, suggerisce una vecchia volpe che sta mandando segnali, messaggi in codice: che vuol dire l’avvocato Levati quando allude alla conoscenza dei suoi compaesani? Che lui sa più di quanto voglia o possa dire? Che l’espediente narrativo del sogno copre riferimenti precisi? A chi dovrebbero fischiare le orecchie?

Che si sarebbe arrivati a ipotizzare un crimine di gruppo lo avevamo immaginato, che dopo il satanismo e il pecoreccio sarebbero spuntate altre piste più o meno accidentate da battere, pure lo avevamo anticipato, per la sola esperienza di cronaca giudiziaria che ci sorregge; adesso però la commedia o tragedia umana scade in Helzapoppin’, proprio come se un misterioso operatore di sala caricasse a casaccio storie una più improbabile dell’altra. Lovati non nutre mola considerazione del suo assistito: “Un comunista, un disadattato”. Strano modo di difendere uno, tratteggiarlo come un mentecatto incapace di uccidere. Per chi agisce questo legale? Nell’interesse del suo cliente, per il quale già mette le mani avanti in vista della richiesta di seminfermità mentale, o è solo uno che sta salendo sull’ultimo treno della notorietà stracciona oltre Garlasco?

E Garlasco siamo noi, per dire che ogni provincia è paese con le sue morbosità e le sue ferocie arcane e banali, eterne nell’era del dominio della tecnologia che ha superato il tempo, lo ha sconfitto. Il tempo ma non gli uomini che restano primitivi, scimmie assassine con buona pace degli sfondoni sensuali di Pasolini che da Casarsa era dovuto fuggire, se no lo linciavano, mentre a Roma poteva tranquillamente traviare i riccetti già traviati, fin che non lo hanno trucidato.

Tutti che tra quelle brume pavesi vengono pretesi come innocenti e tutti con addosso lo stigma della colpevolezza, i giudicati di ieri e i giudicandi di domani. Tutti che parlano, parlano, in apparenza delirano, e invece la sensazione è che nei rispettivi ruoli stiano giocando una loro partita psicotica, molto più in alto o più in basso, comunque altrove rispetto alle coordinate giudiziarie. Un gioco di schermaglie, di finte, di provocazioni che a questo punto confonde, sconcerta perché nessuno capisce dove ciascuno voglia andare a parare. Almeno tra chi non fa parte dello spettacolo ma è tenuto a raccontarlo. Ma come fai a raccontare qualcosa che rasenta la follia generale?
Una ragazza per bene, una neolaureata che fa l’educatrice in parrocchia col fidanzato, col quale però si scambia filmetti intimi, viene ammazzata con qualcosa che non si è mai saputo, un attizzatoio? Un martello? Per ragioni mai conosciute ma solo ricostruite a furia di sillogismi. Viene scelto il moroso come possibile colpevole e dopo alterni processi condannato definitivamente a 16 anni tramite rito abbreviato, anche questa una bella stranezza; ma gli elementi sembrano più indiziari che probatori e in casi come questo si sceglie la soluzione salomonica al contrario, si condanna ma non troppo. Non se ne parla più per 10 anni, nel frattempo una richiesta di revisione viene rigettata; dieci anni dopo, quasi in contemporanea col secondo rigetto di revisione dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, una soffiata non si sa di chi, per quale motivo e su quali basi, richiama in causa uno già brevemente sospettato, al quale vengono addebitati movimenti non chiari, un carattere forse morboso, e l’impronta di una mano insanguinata su un muro sotterraneo della casa della vittima.

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Tempo 24 ore e la pista si sfilaccia, forse non è sangue, forse neppure una mano: così almeno insiste un ex dirigente delle indagini, oggi consulente a difesa del nuovo sospettato, che non ha dubbi: il colpevole vero c’è già, non serve altro. Ma la procura non la pensa così, nella rabbia da decifrare dei genitori della vittima e nei dubbi crescenti di una opinione pubblica stordita dai fumi e dai colori psichedelici di una informazione penosa che corre dietro ad ogni provocazione o falsa pista o miraggio, senza discernere, senza cautela, per smania di clamore, per ricerca indecente di audience. E la pubblica opinione, che secondo il sociologo Ricolfi non esiste più in quanto non esiste più chi è in grado di formarla ma solo di destabilizzarla, insomma siamo una società di buffoni, puntualmente si divide come su qualsiasi cosa, con accenti forsennati e la presunzione patetica di sapere tutto siano investigazioni, procedure, indagini scientifiche, meandri psicologici.

Un avvocato del nuovo sospettato dice che si è sognato scenari malefici, come in un film di Dario Argento, ci infila pure Trotzky, finito con una piccozza nel cranio, siccome i killer arrivano dappertutto, dal Messico a Garlasco. E anche questo crimine storico pare evocativo, visto che ancora si cerca un martello, un piccone quale arma del delitto. Tutto intorno, una sarabanda di biciclette, di pedali insanguinati, di scarpe senza sangue, di amici forse crudeli, di cugine diabolike ma forse solo provinciali, di fidanzati che si fanno frati, di fidanzate che si fanno avvocatesse, di continui scambi di ruoli, di riscontri sofisticatissimi ieri, giurassici oggi, superati da nuovi riscontri incomparabilmente più sofisticati che però reggono lo spazio di una notte. Dopo diciotto anni tutti sembrano sospettare di tutti nella preoccupante sensazione che tutti sappiano e non dicano. Che la soluzione sia lì, sotto gli occhi di ciascuno, di un paese intero, che mormora, insinua, allude, sogna, ma non si decide a dire la verità. Forse l’inferno è proprio questo.

Max Del Papa, 27 maggio 2025

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