Qui al bar, come spesso accade, avvertiamo un pruritino alla base del collo, spia del classico sospetto da malfidati: sarà mica che tutta questa improvvisa indignazione per il trattamento del caso Garlasco deriva da un timore politico della verità?
C’è infatti una verità giudiziaria: e questa non la conosciamo, chissà se mai la conosceremo, forse le indagini sono state già così compromesse e i processi già così distorti, da rendere inaccessibile la famosa “pistola fumante” che incastri l’assassino di Chiara Poggi. Ma poi c’è una verità, appunto, politica: e non c’è bisogno di arrivare a un nuovo verdetto per capire che i processi – lo abbiamo appena detto – sono stati distorti. Che la macchina si è inceppata. E che dopo un colpevole forse innocente, condannato sulla base di elementi opinabili, già sottoposto a gogne mediatiche accompagnate da un indifferente silenzio, adesso esiste il rischio di istruire un nuovo processo sulla base di tanti indizi che non costituiscono una prova.
Ecco perché sorge il sospetto: il garantismo e la rinuncia al sensazionalismo che si pretendono dagli organi di stampa, oltre che sacrosanti, saranno dettati dal timore che gli italiani, tanto appassionati alla vicenda da meritarsi la lavata di capo intellettuale degli Antonio Polito e delle Concita De Gregorio, si accorgano che la giustizia è malata? Ormai è tardi, chiaramente. Il referendum è fallito, l’occasione per una riforma è stata perduta. Il caso Garlasco esisteva pure prima e nessuno ne ha tratto alcuna conseguenza. Ma a sinistra – e tra chi, a quell’area culturale, fa riferimento – c’è una chiara consapevolezza: se il campo largo finisse al governo, le toghe dovranno raccogliere il dividendo delle mazzate rifilate a Giorgia Meloni.
Ancora una volta, i progressisti di casa nostra si sono vincolati a un organo formalmente indipendente, sostanzialmente autocefalo e a trazione ideologica. Perciò, se gli italiani si incazzano, per loro sarà un problema; tanto più se bisognasse sterilizzare nuove, future occasioni di intervenire. Chissà, magari ci sbagliamo: chi punta il dito contro la stampa spettacolarizzatrice ha davvero a cuore i diritti di Andrea Sempio. Noi, di sicuro. E, scommettiamo, anche le Procure.
Il Barista, 13 maggio 2026
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