
In merito al clamoroso avviso di garanzia dell’ex procuratore di Pavia, Mario Venditti, io mi trovo assolutamente in linea con la linea garantista di questo giornale. Tuttavia, non possiamo nasconderci che già prima che si arrivasse a questo provvedimento, scaturito dal ritrovamento in casa di Andrea Sempio di alcuni elementi piuttosto sospetti – in particolare il seguente appunto: “Venditti gip archivia x 20.30 Euro” – qualcosa proprio non tornava nella decisione, rivendicata pubblicamente dallo stesso Venditti, di scagionare nel 2017 Sempio in appena 21 fatali secondi. Oltre alle “strana” conversazione tra l’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi e suo padre, eseguite in quel periodo, in cui sembrerebbe emergere una imbarazzante compiacenza da parte di chi in quel momento, probabilmente con scarsa convinzione, stava indagando sul giovane amico di Marco Poggi a Garlasco.
Senza poi contare il versamento di ben 40 mila euro, effettuato dalle zie di Sempio a beneficio di suo padre tra dicembre 2016 e gennaio 2017, che probabilmente rappresenta una pura casualità, ma che, ragionando nella stringente logica della condanna di Alberto Stasi, per qualcuno potrebbe costituire una sorta di prova regina.
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A questo punto, dopo che sono state evidenziate le numerose lacune, ad essere buoni, della prima indagine, da cui è scaturita una sentenza di condanna piena di elementi che fanno a pugni con la logica più elementare, dobbiamo ancora una volta prendere a prestito le parole del grande e compianto “Ginettaccio”, al secolo Gino Bartali: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”.
Tant’è che da qualche tempo, evidentemente presi da disperazione professionale, un crescente numero di colpevolisti della prima ora stanno cercando di riposizionarsi in una zona più tranquilla e defilata in cui navigano i pesci in barile, quella del: “Sono sempre moderatamente convinto della colpevolezza del ragazzo dagli occhi di ghiaccio, ma resto in attesa degli eventuali sviluppi della nuova inchiesta”.
Inoltre, se ce ne fosse ancora bisogno, questo caso paradigmatico, secondo una brillante e condivisibile condivisione del giudice Vitelli, che assolse Stasi in primo grado, chiama ancora una volta in causa l’impellente necessità di una riforma della giustizia che renda veramente terzo il magistrato giudicante.
Una terzietà che contribuisca a scardinare tra i cittadini comuni, in nome dei quali vengono scritte le sentenze, il sospetto che l’infinita sequela di gradi di giudizio – ben 5 nel caso di Stasi – , più che un meccanismo di garanzia, sia una sorta di moderna ordalia in cui il predestinato di turno ne esce sempre e comunque con le ossa rotte.
Claudio Romiti, 27 settembre 2025
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