Durante una recente puntata di Zona Bianca, in onda su Rete 4, uno dei principali indizi a carico di Alberto Stasi, ossia la famosa mancanza di sangue sotto le sue scarpe, si è letteralmente sgretolato in diretta televisiva, lasciando senza fiato persino due colpevolisti del calibro di Stefano Zurlo e Ilaria Cavo. Un indizio che proprio secondo la presidente di Noi Moderati, come ha più volte sostenuto, rappresenterebbe la prova logica – sebbene si tratti di un elemento a sottrazione – della colpevolezza di Stasi.
Ebbene, conteggiato giornalisticamente come il 57° errore della prima e sempre più controversa indagine, è emerso che durante l’ispezione effettuata da due carabinieri, la mattina stessa del delitto, furono dagli stessi compilate due “annotazioni di polizia giudiziaria” apparentemente identiche: stesse intestazioni, stesse tempistiche. Ma se le si confronta, i conti non tornano. Le firme dei militari sono in ordine invertito. E soprattutto, uno dei due verbali non riporta dettagli fondamentali presenti nell’altro, come la frase: “Entravamo senza i calzari, con indosso le scarpe di servizio”. Un dettaglio non da poco, soprattutto in considerazione della rilevanza che l’altrettanto famoso test della camminata imposto ad Alberto Stasi, con cui si voleva dimostrare l’impossibilità di non sporcarsi le scarpe di sangue, ebbe nella condanna di quest’ultimo.
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Ma il fatto a mio avviso più eclatante e che, in un mondo normale, dovrebbe far crollare le granitiche certezze di tanti colpevolisti è il seguente: anche sotto le suole dei due militari non fu trovata alcuna traccia ematica riconducibile alla povera Chiara Poggi.
In realtà, come ha spiegato il giudice che assolse Stasi, Stefano Vitelli, in una lunga intervista rilasciata alla youtuber Bugalalla, già in primo grado lo stesso indizio non resse alla prova dei fatti. In particolare, da una accurata perizia richiesta dallo stesso giudice, emersero risultati contrastanti e minimamente risolutivi.
Inoltre, come ha sottolineato Vitelli, è sembrato significativo che anche sotto le suole del carabiniere che era entrato e uscito per ben due volte senza calzari sulla scena del crimine non fu trovata nessuna traccia di sangue. Ciononostante, sia i giudici dell’Appello bis e quelli della Cassazione – in questo caso contro il parere del procuratore generale, ovvero di chi sosteneva l’accusa – ritennero per buona la cervellotica teoria che portò alla condanna dell’ex ragazzo di ghiaccio, secondo cui il racconto di Stasi fatto agli inquirenti fosse quello dell’omicida – che evidentemente si era cambiato le scarpe successivamente – e non quello dello scopritore.
Una teoria cervellotica che, occorre sempre ricordare, fu presa da gran parte dell’informazione dell’epoca come una sorta di prova regina, quando in realtà bastava leggere attentamente le carte per comprendere che non era altro che una “ciofeca”.
Claudio Romiti, 24 agosto 2025
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