Cronaca

Garlasco, 3 cose che non tornano su Stasi

Il prossimo 17 giugno si terrà l'incidente probatorio con l'analisi dei vecchi reperti. Deciderà il gip se proseguire l'inchiesta

Stasi Garlasco Poggi
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Mercoledì scorso, durante Mattino Cinque, condotto in modo equilibrato da Federica Panicucci, è stato ricostruito in un ottimo servizio giornalistico il lasso di tempo, secondo la sentenza che condannò Alberto Stasi a 16 anni di carcere, in cui si sarebbe compiuto l’orrendo crimine. Un lasso di tempo brevissimo, appena 23 minuti, considerato inverosimile dai legali di Alberto Stasi e di Andrea Sempio, presenti in sala, rispettivamente Antonio De Rensis e Massimo Lovati.

Ora, a mio avviso, escludendo la montagna di teorie e di congetture che continuano ad alimentare un caso a mio avviso tutt’altro che risolto, nella tempistica avvalorata dai giudici dell’Appello bis possiamo scorgere assai chiaramente l’iceberg che avrebbe sin da subito dovuto far naufragare le accuse contro il contabile di Garlasco, decretandone senza ombra di dubbio la non colpevolezza.

In estrema sintesi, Alberto Stasi, nei citati 23 minuti – dedotti dal momento in cui Chiara Poggi stacca l’allarme di casa alle ore 9:12 e quello nel quale il suo presunto assassino rientra in casa ed accende il computer per scrivere la sua tesi di laurea – avrebbe fatto le seguenti cose:

1. dopo aver suonato il campanello ed essere entrato in casa, a seguito di un breve colloquio, avrebbe ucciso in due fasi distinte la vittima;

2. successivamente Stasi, trovando anche il tempo di indugiare davanti ad uno specchio, avrebbe cercato di cancellare le sue tracce, lavandosi le mani del bagno e tentando di ripulire a fondo il dispenser del sapone (sebbene nei tubi dello scarico non fu rilevata alcuna traccia ematica riconducibile al delitto);

3. ripresa in tutta fretta la bicicletta nera del padre (altro punto controverso e mai dimostrato ma solo teorizzato), grondante di sangue, portando con se due asciugamani insanguinati e l’arma del delitto, avrebbe attraversato i circa due chilometri necessari per rientrare in casa, passando per la parte più abitata di Garlasco, per poi mettersi a scrivere la tesi in quelle condizioni, dato che non ci sarebbe stato il tempo per farsi una doccia e indossare abiti puliti.

Questa ultima deduzione scaturisce dalla perizia ordinata dal giudice del primo grado, Stefano Vitelli, secondo la quale l’imputato avrebbe prodotto un ottimo e incessante lavoro intellettuale, intercalato brevemente da alcune telefonate senza risposta che Stasi fece alla sua fidanzata in quella tragica mattina del 13 agosto 2007. In sostanza, si può stimare che, tolto il tempo per uscire dalla villetta dei Poggi, inforcare la bicicletta, percorrere i due chilometri per tornare a casa, entrare ed accendere il computer, per commettere il delitto restavano più o meno 10 minuti. In questo senso, l’avvocato Lovati ha dichiarato che neppure un abile killer della mafia sarebbe stato in grado di agire indisturbato con una tale rapidità.

La Ripartenza

Ora, e qui veramente, come si suol dire, casca l’asino. Infatti, malgrado le due gravi mancanze relative ai riscontri necessari per stabilire l’orario della morte di Chiara Poggi (riscontri che comunque sia indicano sempre un valore approssimativo, seppur ragionevolmente vicino a quello reale), ossia la determinazione del peso e della temperatura corporea della vittima, nel processo di Appello bis si accettò la tesi dell’accusa che, evidentemente sulla base di un presupposto fondato su dati attendibili, spostò all’indietro l’orario della prima autopsia, secondo la quale la ragazza fu uccisa tra le 10:30 e le 12 del 13 agosto.

Ebbene, congettura per congettura, qualcuno potrebbe anche pensare che questa successiva e alquanto drastica modifica della finestra in cui sarebbe svolta l’azione omicida, visto che non esistevano ulteriori elementi per determinarla a posteriori con questa precisione, sia stata necessaria per smontare l’alibi piuttosto solido di Alberto Stasi. Forse è anche per questo che si è deciso di ricominciare praticamente da capo l’indagine su uno dei controversi casi giudiziari del terzo millennio.

Claudio Romiti, 14 giugno 2025

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