Non voglio fare come l’ingenuo che apprezza il vino sulla base del giudizio dell’oste che glielo ha servito, tuttavia ho particolarmente apprezzato l’equilibrio con cui Quarta Repubblica ha affrontato il caso infinito di Omicidio di Chiara Poggi.
In estrema sintesi, da garantista convinto, mi sembra di poter affermare che nel corso del lungo confronto televisivo – che come ha sottolineato il conduttore, non anticipa il processo, dato che quest’ultimo si svolge esclusivamente in Tribunale – sono emersi due elementi di base piuttosto solidi.
In primis, valutando alcuni aspetti salienti dell’informativa dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, viene confermato ciò che i pochi innocentisti della prima ora hanno sempre pensato in merito al fragile impianto accusatorio sulla cui base è stato condannato Alberto Stasi: tutto quanto finora raccolto contro l’attuale indagato, Andrea Sempio, dimostrerebbe l’assoluta estraneità del bocconiano al delitto che gli è stato addebitato.
Basti dire che, non solo la perizia della dottoressa Albani, contrariamente al suo predecessore De Stefano – il quale scrisse che non si poteva escludere che il Dna rilevato sulle unghie della vittima fosse di Stasi – certifica che non appartiene al condannato, ma anche la famosa impronta 33, che secondo la Procura di Pavia apparterrebbe all’indagato, non può essere ricondotta al “Ragazzo dagli occhi di ghiaccio”.
Di converso, nel corso del dibattito è emerso un dato direi incontrovertibile. Ovvero che se nei riguardi di Stasi si ha l’impressione che, come scrivono i carabinieri, si sia costruito un castello accusatorio fondato sostanzialmente su suggestioni, nei riguardi di Sempio gli inquirenti hanno messo in fila tutta una serie di indizi, oltre ad aver teorizzato un movente, che obiettivamente sembrano avere un peso ben maggiore, sebbene probabilmente non ancora sufficienti ad ottenere una condanna che vada al di là di quel tanto decantato ragionevole dubbio.
In questo senso sono abbastanza d’accordo con l’estremo garantismo espresso da Massimo Lugli nel corso della trasmissione. L’ottimo scrittore e giornalista ha infatti tenuto a sottolineare, in premessa, che la sua formazione giornalistica garantista lo ha sempre portato quasi istintivamente a schierarsi dalla parte delle persone inquisite.
Vorrei però permettermi di ricordargli che su Stasi, su cui ripeto gravano elementi a dir poco discutibili, egli ha mantenuto almeno fino all’estate del 2025 una posizione colpevolista. In particolare, nelle sue argomentazioni, Lugli ha spesso citato come prove accusatorie insormontabili l’agghiacciante telefonata ai soccorsi e l’assenza di tracce ematiche sulle scarpe e sui tappetini dell’auto dell’imputato.
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Inoltre, tanto per allargare l’orizzonte ad un altro caso molto controverso, anche nei riguardi di Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all’ergastolo per la Strage di Erba, malgrado le enormi perplessità espresse da esperti e giuristi – su tutti quelli dell’ex procuratore generale Cuno Tarfusser, che promosse un’istanza di revisione, presupponendo addirittura una frode processuale – il nostro, in un recente video pubblicato su Facebook, ha ribadito l’assoluta certezza che i due disgraziati coniugi siano gli assassini, proprio al di là di ogni ragionevole dubbio.
Francamente, spero che il buon Lugli non si offenda, conoscendo in maniera abbastanza approfondita il caso di Erba, mi sembra di intravedere un certo garantismo a corrente alternata. Ovviamente è solo una mia modesta impressione.
Claudio Romiti, 26 maggio 2026
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