
In ordine ai due conflitti che più di ogni altro ci hanno recentemente toccato – in Palestina e in Ucraina – devo confessare di dare dei fatti, per come ci sono raccontati, una lettura diversa dalla solita offerta dai telegiornali più seguiti o dalla stampa più popolare. Il sentire comune sarebbe che in Palestina s’è raggiunta una tregua prodromica della pace duratura, mentre sembra che in Ucraina il conflitto non avrà mai fine. Ecco, la mia sensazione è che le cose stanno esattamente al contrario: in Ucraina, quando ci si deciderà a finire le ostilità, la pace sarà sicuramente duratura; invece in Palestina il conflitto mi sembra destinato a non finire mai (anche se saggezza vuole di mai dire mai). Il conflitto qui è determinato dal terrorismo, e finché non si vede consenso planetario di condanna severa e senza sconti di quel terrorismo, la tregua che con grandi meriti ha ottenuto Trump ha poche probabilità di durare a lungo.
Si è parlato di genocidio di Gaza, ma a me pare che l’unica azione genocida occorsa fu quella del 7.10, con innocenti e inermi massacrati solo perché israeliani: genocidio, appunto. Si invoca il riconoscimento della Palestina, uno Stato che neanche esiste, né mai è esistito. Ma a me pare che ai fini della pace sarebbe necessario il riconoscimento, definitivo e unanime, dello Stato d’Israele. Si invoca la soluzione dei due Stati; ma non mi è chiaro come possa essere soluzione la creazione di due Stati contigui che reciprocamente mal si sopportano – per dirla gentile – con uno di essi compiacente con coloro che rifiutano di riconoscere l’altro fino al punto di rivendicare il diritto delle proprie ragioni diffondendo terrore. Allora, ai fini della pace, a me sembra ben più proficuo estendere il territorio d’Israele a tutta la Palestina: i Palestinesi siano, come già oggi sono, cittadini d’Israele con tutti i diritti dei cittadini d’Israele. Come gli odierni Siciliani sono cittadini italiani. L’eventuale problema di separatisti diventerebbe solo un problema dello Stato d’Israele, e ove costoro indugiassero in atti di terrorismo, la cosa sarebbe un problema della polizia d’Israele. Ci sono nel mondo circostanze simili, ma gli stati sovrani e riconosciuti hanno la meglio. Naturalmente, il problema è indurre gli altri Stati limitrofi a riconoscere Israele – problema non da poco ma, a parer mio, il cuore del problema. Quindi, lo Stato che deve essere riconosciuto non è la Palestina ma è Israele. La menzione della Sicilia poco fa credo caschi a fagiolo: nella Storia non è mai esistito uno stato indipendente della sola isola – se non una sola volta, ma durò un anno o poco più, circostanza che dovrebbe far riflettere coloro che insistono con ‘sto Stato di Palestina.
E veniamo all’Ucraina. Se finisce questa guerra che sembra non finire mai, lì la guerra finisce per sempre. E mai le analisi degli esperti di geopolitica e di “diritto internazionale” si sono rivelate più errate come nel caso dell’Ucraina. Avrebbero dovuto gridare a gran voce: “stia l’Ucraina fuori dalla Nato”, anziché assecondare i guerrafondai. Visto che siamo in vena di paragoni, l’Ucraina è paragonabile all’Austria. Dopo l’ultima guerra mondiale e dopo i successivi 10 anni di occupazione, lo Stato d’Austria indipendente fu possibile con la condizione che questa rimanesse neutrale, circostanza che poi fu inserita nella Costituzione del 1955; cosicché l’Austria non può entrare nella Nato se non dopo aver cambiato la Costituzione. Lo stesso occorse con l’Ucraina, solo che questa fu così sconsiderata da cambiare nel 2019 la Costituzione del 1996, e la cambiò proponendosi di entrare in una Nato nella quale aveva promesso di mai entrare.
Un’altra reazione poco comprensibile è stata quella sui missili capaci di penetrare in profondità nel territorio russo, che si credeva possibile che gli americani fornissero agli Ucraini. Non era difficile indovinare che quella convinzione era ingiustificata: se gli Ucraini non li hanno, vuol dire che non saprebbero usarli, cosicché un loro eventuale uso avrebbe dovuto essere per opera di personale addestrato americano. Ma una Russia che si vede colpita da missili americani lanciati da americani, si potrebbe per ciò sentire titolata a colpire l’America. Inoltre, sembra che quei missili potrebbero trasportare testate nucleari, ma l’Ucraina ha solennemente promesso di restare Paese militarmente denuclearizzato. Due motivi sufficienti a smorzare ogni illusione. Ancora meno comprensibile è il fatto che l’illusione era trasmessa come speranza, in un Paese che ripudia l’uso delle armi quale strumento di risoluzione dei conflitti.
Si ripongono illusioni sulle sanzioni indirette contro Paesi come Cina o India se acquistano petrolio dalla Russia; ma saranno delusioni, visto che la Russia produce il triplo del petrolio che consuma, mentre la Cina consuma il triplo del petrolio che produce e l’India ancora di più; né potrebbero far affidamento sugli Usa, visto che questi si bevono tutto il petrolio che producono e non soddisfano ancora tutta la propria sete. Infine, l’incontro a Budapest tra Trump e Vladimir Putin: un fallimento subito attribuito alla mancanza di volontà di Putin di sedersi ad un tavolo di pace. A parte il fatto che Putin si era già mosso da Mosca quando andò in Alaska, l’esperienza di questi tre anni insegna che il presidente russo non andrà mai ad alcun incontro di pace se già prima non sono messi nero su bianco le condizioni che, a suo avviso, «rimuovano le cause profonde del conflitto», per dirla con le sue parole: non si tratta, come si ripete, della sicurezza dell’Ucraina, ma della Russia.
Quando Trump propone il congelamento del fronte e Volodymyr Zelensky gli fa eco dicendo «sì, concordo, congeliamo il fronte e poi negoziamo», sono quel “e-poi-negoziamo” le parole che garantiscono la continuazione del conflitto. Il cui perdurare ha anche un indiretto responsabile: l’opinione pubblica di carta e di etere incapace di esercitare la rispettosa ma ferma pressione presso i governi occidentali per addivenire ad una pace. La domanda da porsi fin dall’inizio non avrebbe dovuto essere come quella d’altri tempi quando il solito titubante francese chiedeva se valesse la pena morire per Danzika, quanto piuttosto chiedere quante vite umane sarebbe valsa l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Se ci si fosse posta quella domanda, l’unica possibile risposta non avrebbe fatto cominciare il disastro. Che, proprio come dice l’isolato pacifista Donald Trump, mai avrebbe dovuto cominciare.
Franco Battaglia, 31 ottobre 2025
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