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Gaza, odio e interessi dietro quelle morti

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Come nelle scorse sette settimane, Hamas (autorità governante a Gaza ed organizzazione terroristica per Usa e UE), ha inviato e condotto con pullman migliaia di abitanti di Gaza al confine con Israele, incoraggiandoli a violare il confine e ad entrare in territorio israeliano, con una mappa molto accurata dei valichi da infrangere. Ha deciso di far coincidere deliberatamente le violente proteste della giornata di ieri, 14 maggio, che hanno prodotto oltre 55 morti e 2500 feriti palestinesi, con l’inaugurazione della nuova Ambasciata americana a Gerusalemme, sottraendo a questo evento storico la copertura mediatica attesa.

Hamas ha poi annunciato violente proteste anche per oggi, in occasione di un’altra ricorrenza, quella che i palestinesi tutti – non solo Hamas – chiamano con un epiteto quanto meno indelicato la “nakba” (la catastrofe), ovvero la creazione dello Stato d’Israele.

Così facendo, Hamas si è appropriata della questione palestinese, esautorando di fatto il ruolo che ha sempre avuto, anche nel guidare le rivolte, l’Autorità Nazionale Palestinese ed arricchendo il conflitto di ulteriori significati simbolici, qualora ve ne fosse stato bisogno.

Ma, soprattutto, è riuscita a riportare il tema palestinese all’interno dell’agenda del mondo arabo, da cui era scomparsa da tempo. Così Recep Tayyip Erdogan si è affrettato a definire Israele “uno Stato terrorista”, richiamando in patria il proprio ambasciatore e dichiarando in Turchia tre giorni di lutto nazionale e il ministro degli Esteri dell’Iran, Mohammad Javad Zarif ha affermato che “Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo durante una protesta nella più grande prigione a cielo aperto”.

Gli interessi di Turchia e Iran

Le due potenze arabe hanno interessi tanto diffusi in Mediorente da far credere che l’interesse per la questione palestinese sia solo momentaneo.

La Turchia, che dal canto suo occupa Cipro nord dal 1974 con oltre 40.000 soldati, ha anche diffusi interessi in Iraq, in Siria in Libia e in Bosnia, mentre l’Iran concentra la propria sfera di influenza soprattutto in Siria, in Yemen ed in Libano.

Il più vistoso tentativo di riunire il mondo arabo intorno alla questione palestinese l’ha compiuto, tuttavia, il leader di Al Qaeda Ayman al Zawahiri, che, dopo un lungo silenzio, ha invocato il jihad contro Usa e Israele invitando i musulmani a prendere le armi, in un video intitolato “Tel Aviv è anche una terra di musulmani”, in cui ha anche invitato i palestinesi a non cedere un solo centimetro di quelle terre, poiché “nessuno può accettare che sia cedute agli ebrei”.

Agli ebrei, non agli israeliani. Questi ultimi proveranno nelle prossime ore di resistere all’ennesimo tentativo di irruzione nei propri confini, reagendo con degli espedienti dettati da una difficile cautela, ben consapevoli di avere il mondo liberal pronto a condannarli, più di un qualsiasi stato che reagisce ad un’aggressione territoriale.

Così, mentre Hamas incita a rapire cittadini israeliani, o altrimenti ad ucciderli, Al Qaeda a combattere gli ebrei in Jihad, il mondo arabo (e non solo) addossa tutte le responsabilità sul Presidente Trump, reo di aver riconosciuto il diritto di uno Stato sovrano ad eleggere la propria capitale, riscrivendo certamente un capitolo di storia mai letto.

Barbara Pontecorvo, 15 maggio 2018