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“Geopandemia”: come il virus cambia la guerra tra le nazioni

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Suggestioni. Ce ne sono tante nel pamphlet di 4 capitoli e 58 pagine di Salvatore Santangelo appena pubblicato dall’editore Castelvecchi: Geopandemia. Decifrare e rappresentare il caos. Il tema è affascinante e certo non irrilevante, anche se in questa fase, in cui siamo ancora chiamati a combattere le conseguenze più immediate del Covid-19, cioè quelle sanitarie ed economiche, esso agisce ancora sotto traccia: la pandemia forse cambierà in maniera radicale in futuro i nostri comportamenti e stili di vita, ma sicuramente rivoluzionerà quegli equilibri geopolitici che già erano in sommovimento prima della diffusione del virus.

D’altronde, ne stiamo avendo un assaggio già in questi giorni, con la “guerra dei vaccini” che vede impegnati Stati, multinazionali, lobby culturali e politiche, e si presenta molto più che come semplicemente un afflato umanitario per la salute e la solidarietà fra i popoli. Proprio perché i nuovi assetti mondiali sono in rapido e dinamico sommovimento, a vincere la guerra geopolitica, o almeno la più parte delle sue battaglie, sarà anche chi avrà piena intelligenza e contezza di essi e, in conseguenza, anche capacità previsionale maggiore rispetto a quella degli avversari. Interpretare il caos e dargli una forma, che sia di orientamento all’un tempo per la conoscenza e per l’azione: è questo il compito dello studioso (e del politico avveduto) che Santangelo individua con precisione.

Si sente l’esigenza, improcrastinabile, di nuove sintesi, le quali probabilmente scaturiranno da un lavoro di équipe, frutto cioè dell’impegno di più studiosi non vedendosi all’orizzonte né un Marx né un Weber in grado di farcela da soli. Santangelo ha anche il merito di aver posto, in questo suo libretto, il problema del metodo, passando in rapida rassegna alcune delle teorie che hanno avuto più fortuna nell’ultimo secolo nell’ambito delle scienze applicare, e quindi anche delle scienze sociali: dall’indeterminismo di Heisenberg, alla meccanica dei quanti di Bohr, dalle teorie del caos e della complessità a quella delle catastrofi di Thom fino alla onnipresente “teoria dei giochi” di Nash con il suo altrettanto immancabile addentellato “dilemma del prigioniero”.

Tutto molto interessante, anche affascinante per molti, ma sia lecito a chi scrive sollevare qualche dubbio: prima di tutto sulla possibilità che la “modellistica”, di qualsiasi tipo essa sia, possa cogliere la fluida realtà della politica di potenza, cioè della politica approssimantesi allo “stato di natura” che regola i rapporti fra gli stati. Credo che un ritorno alla storia e alla filosofia, a Hobbes e Machiavelli, e in sostanza alle scienze non oggettivanti, sia più consustanziale all’oggetto, ovvero alla realtà dei rapporti di forza e potere che regolano in modo molecolare e imprevedibili le relazioni umane. La politica, come la vita, concerne quell’imprevedibile e inoggettivabile che i modelli con molta fatica, e a mio avviso senza molto costrutto, cercano di afferrare nell’età del razionalismo trionfante. Tutto sommato l’autore ne è forse consapevole, ad esempio quando riconduce al Sessantotto, in senso storico e ideale, la perdita di quella cultura alta e di quel talento, e anche della capacità di agire eticamente ma non moralisticamente nella società, che ha fatto nei secoli la grandezza dell’Occidente.